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Come si riorganizza la comunicazione sociale di un Comune al tempo del virus – L’esperienza di Bologna

smartworkingdi Andrea Pancaldi | 

Il Comune di Bologna da una decina di anni – esattamente dal 2008, anno di apertura degli Sportelli sociali come porta unitaria di accesso alle informazioni e all’eventuale presa in carico – si è dotato di una redazione specifica per seguire le attività di informazione, comunicazione e documentazione inerenti la rete dei servizi sociali territoriali.

Il coronavirus ci ha costretto come redazione (anche se come modalità parziale era in calendario anche per noi a breve) a lavorare in smart working da casa, per ora tutti i giorni della settimana.

Parallelamente, a riorganizzare i sei sportelli sociali cittadini (con un bacino di 60mila abitanti l’uno) in modalità quasi esclusivamente “a distanza”, tramite telefono, mail e l’App “Bologna welfare” che era stata attivata proprio da pochi mesi.

In questo di grande aiuto è stato il Punto unico telefonico e mail degli sportelli, attivato proprio un anno fa, che ci ha permesso di reggere bene il cambiamento repentino di buona parte della domanda informativa.

Ma limitandoci al lavoro redazionale, la prima cosa che abbiamo fatto è esattamente quella che avete fatto voi di “Animazione Sociale”: raccogliere e cercare conforto ed esempio nelle esperienze che attivavano altri. Abbiamo da subito attivato una rassegna stampa interna per selezionare e diffondere le notizie su come gli altri servizi territoriali della pubblica amministrazione e le realtà associative e cooperative sapessero riorganizzarsi nella emergenza, quali priorità si dessero, quali nuovi temi mettessero in agenda e quali invece rimanessero ancora nell’ombra.

Abbiamo visto nel giro di una settimana diventare il tema coronavirus il protagonista di tutte le prime pagine di siti, newsletter. Alcuni temi sono balzati da subito alle cronache, come la didattica a distanza per gli alunni con disabilità, il carico per le famiglie con la chiusura dei centri diurni per anziani e disabili, l’aumento vertiginoso delle richieste di spesa a casa e il crollare del confine tra la spesa “sociale” e quella per tutti i cittadini, il paradosso dei senza casa che a casa non potevano rimanere…

Altri emergono invece pian piano in questi giorni, come la situazione nelle strutture residenziali, la gestione degli strumenti di protezione/prevenzione in carico alle famiglie datrici di lavoro di una badante, la tutela dalle possibili violenze domestiche o in alcune strutture residenziali senza più il controllo sociale di chi vi aveva quotidianamente accesso, la tutela dei minori nelle situazioni più gravi (abusi, estrema conflittualità nelle separazioni, ecc.).

Abbiamo visto la centralità e la forza, ancora una volta, di ciò che è “pubblico” e della pubblica amministrazione in particolare. Anche qualche rigurgito di immigrati = untori.

Tanti gli aspetti nuovi di cui tenere conto e paradossalmente in questa prima settimana si è lavorato da casa quasi il doppio dell’orario normale a dispetto di quell'”agile” che connota il “modo” del lavoro che stiamo facendo dentro casa, tra pasta che cuoce, lavatrici, figli… per chi ne ha di piccoli, a loro volta connessi per qualche ora con le loro insegnanti (pare spesso allegramente per quel che si capta dall’altra stanza). Spazi e tempi che si ridefiniscono anche se il fine settimana, in cui vi sto scrivendo, appare più tranquillo.

E abbiamo visto come tutto questo abbia ben poco significato e importanza a fronte di quanto capita nelle corsie degli ospedali, nelle vite di tante famiglie di anziani, e non solo, della Lombardia, del Veneto e anche della nostra regione, nelle giornate di migliaia di medici e infermieri vestiti da astronauti, con le loro mascherine che intercettano, da una parte e dall’altra, “goccioline” e lacrime.

Molti scoprono con meraviglia per la prima volta la solitudine – raccontano le TV – vedendola negli anziani che vengono portati verso i reparti dell’ospedale o peggio che muoiono senza la possibilità di un funerale. Ma anche prima del coronavirus, chi occhi decideva di avere, poteva vederla intorno a noi e lontano da noi.

“Dopo” sarà difficile anche per i servizi sociali e per chi, spesso suo malgrado, si trova a esserne utente. Una buona informazione serve a farci arrivare più preparati e con idee più elaborate su cosa serva fare ed essere. In fretta.

Andrea Pancaldi è referente della redazione sociale Area welfare e benessere di comunità del Comune di Bologna.

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