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Togliere la vicinanza a un educatore è come togliere la farina a un panettiere…

bread-725873_1920a cura di Francesco Cavalli e dell’équipe Tutela Minori e Prevenzione di Mosaico Servizi” | 

(Questo testo è il racconto di come abbiamo provato a trasformare gli Spazi Educativi Diurni e le ADM – Assistenze domiciliari minori – per andare incontro alle esigenze di bambini, ragazzi e famiglie in questo momento in cui la vicinanza fisica viene meno, ma la relazione educativa continua)

C’erano tanti progetti educativi con le famiglie in corso. C’erano tanti problemi ma anche tante risorse e possibilità. C’è chi aveva uno sfratto, chi viveva una separazione conflittuale, chi litigava moltissimo, c’erano molte povertà educative, isolamento, privazioni, la scuola che non andava bene e che era preoccupata per ciò che l’alunno stava vivendo a casa, c’erano momenti difficili e momenti più leggeri, c’era un educatore che suonava al campanello provando a trasformare il tempo condiviso con la famiglia in un percorso in grado di affrontare un problema alla volta.

I legami, le relazioni, gli incontri e i saluti sono secondari all’emergenza che tutti stiamo vivendo? Si può sospendere una separazione conflittuale? E un adolescente o un bambino oppositivo in quarantena? Come si interviene senza poter esserci? Come si continuano i progetti educativi? C’erano tutte queste quotidianità e adesso non ci sono più. Rimane un telefono o un computer, internet e qualche piattaforma che permette una videochiamata.

Con molti dubbi, ma con la certezza che bisognava fare qualcosa, insieme ai servizi sociali e alle tutele minori di ASSC, ASP Basso lodigiano, ASCL e Comune di Lodi abbiamo strutturato delle procedure per incontrare le famiglie a distanza, per continuare i servizi educativi delle ADM e dei due Spazi Educativi Diurni di Lodi e di Casalpusterlengo.

Abbiamo rincontrato le famiglie, abbiamo giocato con i bambini, li abbiamo aiutati a fare i compiti, siamo stati ore e ore a parlare con i genitori che si mettono in disparte e si sfogano. Molti hanno solo pochi giga al mese e lo smartphone, così diventa impossibile fare scuola a casa, senza computer e una connessione stabile, quindi abbiamo mediato e trasformato i file rendendoli leggibili sugli smartphone tramite chat WhatsApp (spesso unica app installata sui telefoni delle famiglie con cui lavoriamo).

Ci siamo confrontati spesso tra di noi nell’Equipe tutela minori e prevenzione del Mosaico Servizi per migliorare sulle competenze comunicative, abbiamo lavorato a telecamere spente per progettare giochi e attività sostenibili e realizzabili nelle case che raggiungiamo in videochat. Ad oggi seguiamo 68 minori, 38 famiglie, è molto lavoro di preparazione e ci si spende moltissimo quando ci si connette, richiede uno sforzo e un’attenzione maggiore.

In équipe ci siamo detti molto, ecco alcune riflessioni dei coordinatori e degli educatori:

“È stato emozionante, mi hanno fatto vedere tutti gli ambienti di casa, abbiamo chiacchierato a lungo, mi hanno chiesto aiuto per i compiti, sembrava che lo Spazio Educativo Diurno entrasse in casa, i genitori mi chiedono ad ogni accesso un momento solo per loro per raccontarsi e sfogarsi sulle difficoltà, cercano il confronto e il supporto, ricercano motivazioni”.

“Sto collaborando con l’assistente sociale, ci sentiamo spessissimo, siamo preoccupati e affrontiamo un problema alla volta, bisogna ripristinare le reti tra i servizi, bisogna ritornare a confrontarsi per capire come meglio agire con ruoli diversi”.

“I bambini richiedono tantissimo, giocano e si adattano al virtuale… non tutti, alcuni reggono poco, altri chiedono di andare avanti, di non chiudere.”

“Molti chiedono degli altri dello spazio diurno, organizzeremo una videochat tra i bambini e tra i ragazzi, riformeranno il gruppo per un attimo.”

“Incontro M. e mi racconta ogni giorno che ha già finito i compiti, che aspetta la madre che è uscita per andare al Ser.T, resta a casa in camera agganciato al tablet, fa passare il giorno mentre in casa c’è un via e vai di gente”.

“Continua a farmi vedere la sua enciclopedia, mi vuole spiegare tutto quello che ha letto”.

“Molti mi raccontano del coronavirus, ci confrontiamo e scambiamo le nostre informazioni, devo spesso riportarli su una realtà che anche per me è difficile da capire”.

“… È in casa da solo, ha dodici anni e la madre lavora, lui è fantastico, si organizza e aspetta la videochiamata come routine della giornata, come se andassi a casa sua, mi racconta moltissimo”.

“… Vive dalla ex suocera, hanno uno sfratto esecutivo e fatico ancora capire quante persone vivono con lui in questo momento, è una situazione molto confusa.”

“I genitori mi parlano dei litigi con i figli, come poi la situazione rientra e si va avanti.”

“Per alcuni risvolti sono tuttora scettica perché il lavoro educativo con i bambini non verbali è ovviamente mediato dalla corporeità; la fiducia per chi non parla si costruisce con piccolissimi avvicinamenti, quando si può stare vicino rispettando il funzionamento dell’altro. È chiaro che la distanza imposta con i bambini che seguo mi è parsa da subito come un limite, come un panettiere senza più farina. Dopo questa prima settimana, ho notato l’attivazione dei genitori che con me in casa difficilmente emerge”.

 

Una specifica situazione ci ha fatto riflettere molto: per due settimane un ragazzo ci ha raccontato che andava tutto bene con i compiti e poi ha preso tutte insufficienze perché non si è mai connesso. Questo ci ha mostrato i limiti di una relazione a distanza, che le bugie virtuali dobbiamo ascoltarle e comprenderle per imparare a riprovarci e riavvicinarci.

Ciò apre molte riflessioni sulla sensibilità degli strumenti inclusivi, ovvero che fatichiamo moltissimo a capire le motivazioni dell’altro e siamo molto fragili e impotenti nel coinvolgere e farci seguire quando l’altro decide di non farlo.

Proporre un modello operativo che si basa solo sull’immagine virtuale non è un gioco da ragazzi ed è molto complesso, bisogna tener conto di tantissimi concetti sulla comunicazione, quella verbale basata sui contenuti, quella non verbale basata sulla relazione stessa e quella prossemica che abbiamo perso e ci sforziamo di ricostruire condividendo simmetricamente gli spazi e gli ambienti che la telecamera riesce a riprendere.

Consapevoli che siamo abituati d un uso di internet e della comunicazione virtuale non come un più ma come un diverso, che viviamo internet nell’era social e del contatto, tutto nel tempo di una quarantena diventa ancora più complesso e il concetto di comunicazione virtuale può diventare un bisogno, l’unico modo per capire cosa sta accadendo a noi e agli altri. Dobbiamo rivedere l’esperienza comunicativa acquisita negli anni e reinterpretarla in brevissimo tempo. Faremo degli errori ma faremo anche molta esperienza.

Francesco Cavalli fa parte dell’équipe dell’Area Tutela Minori e Prevenzione della cooperativa sociale Il Mosaico Servizi di Lodi.

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