1. Animazione Sociale
  2. News
  3. #RaccontaIlTuoServizio
  4. Come si torna dall’inferno?

_

Come si torna dall’inferno?

Anna Perlindi Greta Carcano | 

Squilla il telefono di mio marito, il numero è quello dell’ospedale, sono ormai le 20 passate, un orario strano, capisco tutto ancora prima di sentire la voce in sottofondo che oltrepassa la barriera delle sue orecchie e del corridoio “…mi dispiace, la signora è mancata” silenzio “mi sa dire se ha sofferto, se ha chiesto di qualcuno?” “…no, si è proprio spenta”.

Mi appoggio al muro, gira tutto intorno a me.

Dal 12 marzo era ricoverata, 87 anni e altre patologie, qualche linea di febbre e assenza di sintomi respiratori non facevano pensare a questo schifoso nemico invisibile che ci fa la guerra…

12 marzo l’ultimo giorno che l’abbiamo vista senza neanche salutarla, pensando di rivederla, di andarla a trovare. Invece il tampone positivo ha scatenato l’inferno: lei da sola in un letto di ospedale con notizie sporadiche, non quotidiane, che arrivavano all’uno o all’altro figlio (nessuna critica a chiunque stia lavorando in ospedale e l’abbia conosciuta, abbiamo drammaticamente compreso le circostanze di questo periodo assurdo, certi che nella stanchezza quotidiana abbiate fatto il meglio che potevate, forse anche di più).

Lo strazio di non sapere, di non vedere, di non accarezzare unito all’incubo della quarantena: isolamento vuol dire non accarezzare i propri figli, non abbracciare tuo marito per stargli accanto in momenti di angoscia e di dolore, avere l’incubo che qualsiasi cosa tocchi divenga immediatamente infetta perché negli ultimi giorni hai assistito tua suocera che stava peggio, stretto, strettissimo contatto…

L’incubo di disinfettare ogni cosa tocchi appena finisci di usarla e quello ancora peggiore di accorgerti di quante cose non hai disinfettato il giorno prima e sono poi state utilizzate dalle tue bimbe… è una battaglia persa in partenza, forse starei meglio a non disinfettare più niente…

Nel contempo arrivano le chat sui gruppi della classe delle bambine, compiti, arcobaleni di “tutto andrà bene”… non è vero, non va bene niente… ma loro lo chiedono e mettiamo anche noi il nostro lenzuolo in balcone mentre mi sento una povera bugiarda a esporre qualcosa in cui non credo…

Arrivano le chat sui gruppi del lavoro… ADM, DGR, AES, SID… e si spalanca un baratro: cosa volete? Lavorare a distanza? Attivarsi in modo creativo per stare accanto alle famiglie in questo periodo difficile? Mi sembra una follia! Posto che non mi viene chiesto di farlo ora, dovrei farlo tra 10 giorni? Ma è possibile dare coraggio e una parvenza di routine stabilizzatrice ad altri quando la tua vita è stravolta, quando hai toccato con mano che la vita non ha senso perché un attimo ti porta via quello che hai costruito in anni? Quando lotti tra il pensiero che le tue figlie sono intoccabili e quello di pulire, pulire, pulire perché un altro caro non ti sia portato via, per non avere rimpianti?

Da che porta sarà entrato questo maledetto schifoso? E se l’avessi portato io? Se avessi ucciso io mia suocera? Entro in tante case e potrei averlo preso ovunque… e se così fosse potrei averlo anche portato in altre case…

Da quando sono state sospese le domiciliari con i minori ho più volte chiesto se fosse il caso di proseguire con gli anziani, loro i più deboli sono i primi da tutelare, non importa se hanno anche altre patologie, non importa se hanno già vissuto, hanno ancora da vivere, insegnare, sono tanto preziosi quanto qualsiasi giovane che passeggia per la strada noncurante degli appelli…

Ma io sto bene, il servizio è attivo e si va avanti… fino a quel tampone positivo che ti riempie di sensi di colpa, di paure, di assurdità.

Mia suocera è morta senza tenere la mano di suo figlio, è stata cremata senza nessun caro (siamo tutti in quarantena) che l’accompagnasse e verrà sepolta senza una preghiera, un saluto… questo è l’inferno, ma lei andrà in paradiso da suo marito, dalla sua adorata micetta, dai suoi genitori, dalla sua nipotina Irene che solo io ho conosciuto dentro di me…

Ma noi siamo all’inferno e non so se saprò tornare, non so come si guarda negli occhi, si ascolta una voce e si abbraccia dopo che ti si è stata strappata l’anima. Mi pare impossibile riuscire un giorno a prendermi cura dei legami dopo che non mi è stata data la possibilità di prendermi cura di quello viscerale di mio marito con sua madre…

Avrò forse paura di toccare la gente, di appoggiarmi ai loro tavoli, di sedermi sulle loro sedie, di ascoltare l’eco sordo dentro di me mentre la loro voce racconta…

Greta Carcano, della cooperativa SINERESI di Lecco, da anni si occupa di incontri protetti, assistenza domiciliare (minori, anziani, disabili) e di educativa scolastica.

 Per acquistare un numero o abbonarti alla rivista >>>
 Leggi tutti i contributi arrivati #RaccontaIlTuoServizio >>>