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Nel mondo con l’esse davanti, come cambia il centro di aggregazione giovanile

streetup_L'aggregazione nel mondo con l'ESSE davanti

di Ruben Cigliano | 

Giovannino Perdigiorno era un grande viaggiatore. Viaggia e viaggia, capitò nel paese con l’esse davanti.
“Ma che razza di paese è?” domandò a un cittadino che prendeva il fresco sotto un albero.

Il cittadino, per tutta risposta, cavò di tasca un temperino e lo mostrò bene aperto sul palmo della mano.
“Vede questo?”
“E’ un temperino”
“Tutto sbagliato. Invece è uno stemperino, cioè un temperino con l’esse davanti. Serve a far ricrescere le matite, quando sono consumate, ed è molto utile nelle scuole”.

(Gianni Rodari, Il paese con l’esse davanti, da “Favole al telefono”)

Nel nostro continuo andare – da un servizio ad un altro, da una riunione ad un’altra, da una stanza vuota con un pc di fronte ad una sala con trenta bambini o ragazzi che saltano, ballano, ridono, chiedono e dicono – ci siamo ritrovati nel mondo con l’esse davanti.

Improvvisamente tutto ciò che prima era un bene adesso è rischioso o vietato. Abbiamo dovuto allontanarci gli uni dagli altri, usare il mezzo pubblico è diventato sconsigliato; in banca, in posta, al supermercato si entra solo con il viso coperto, per strada quasi non ci si saluta.

Alle soglie di questo mondo, alla fine di febbraio per capirci, la nostra volontà era di rimanere aperti, forse per incoscienza o per resistenza, o forse perché consapevoli che l’aggregazione a distanza sarebbe stata cosa assai diversa e anche perché i progetti in piedi erano tanti. Nel nostro lavoro di educatori si pensa costantemente il futuro, si cercano nuove relazioni, idee, opportunità… non ci si ferma e non ci si arrende.

E così, con questo spirito, il 9 marzo ci siamo ritrovati di fronte alla realtà. I centri devono chiudere! E via via la sensazione che tutto avrebbe chiuso e che la situazione sarebbe rimasta tale per molto tempo…

Ciao Samin, che bello vederti”, “È bello anche per me!” risponde lui… iniziano così le prime videochiamate Whatsapp di quei primi giorni, mentre tra colleghi ci si interroga su come gestire il tempo, come stare vicino ai bambini, ai ragazzi, alle famiglie, agli insegnanti. Si scopre ben presto che non tutti hanno internet, non tutti hanno un computer, un tablet ecc… Ci si arrovella su come arrivare a tutti gli iscritti.

Si iniziano a raccogliere i bisogni delle famiglie, le segnalazioni degli insegnanti e degli assistenti, si cerca di fare in modo che tutti partecipino alle lezioni e facciano i compiti e che le famiglie abbiano accesso alle forme di sostegno previste. Si cerca di capire quali aiuti siano più efficaci e come attuarli.

Ma una domanda ci inchioda alla sedia: come trasmettere ai ragazzi che lo Street up (il nostro Centro di aggregazione giovanile) c’è, che anche se chiuso continua ad accoglierli, a farli stare insieme e a farli crescere, a fare aggregazione?

Da quella domanda sono nate videochiamate di gruppo con Zoom: “Allora ragazzi vi faccio vedere la mia casa, seguitemi!” esordisce Francesca con la naturalezza delle generazioni cresciute con una telecamera a portata di mano e poi video e foto condivisi nella chat di gruppo, partite di UNO online e, ad oggi, un gioco diverso ogni giorno e un tentativo radiofonico che permetta ai ragazzi di raccontarsi in questi giorni e di sentire il racconto degli altri.

Non sappiamo se tutto questo sia definibile proprio come aggregazione, ma sicuramente non ha la esse davanti!

Nel contempo continua il sostegno scolastico, il sostegno alle famiglie, le riunioni (a distanza) con i colleghi, gli insegnanti e le assistenti sperando che qualcuno, più prima che poi, trovi e suoni la STROMBA e spari lo SCANNONE.

 

Ruben Cigliano, educatore professionale della cooperativa sociale Il Laboratorio di Genova, lavora nel centro di aggregazione Street up, co-gestito con la cooperativa sociale La Comunità.

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