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In tutto questo ci siamo dimenticati di loro – I bambini, le prime vittime

charles-deluvio-wt3iFNxMSE0-unsplashdi Francesca Berrini | 

Sono una mamma, sono un’educatrice e oggi, con tutto quello che sta accadendo, mi sono trovata a fare queste riflessioni. Ma mi piacerebbe che non restassero soltanto mie. Vorrei poterle condividere. E non per la presunzione di ritenerle valide e assolute a priori, ma perché oggi, più che mai, sento la necessità del confronto. Di una discussione costruttiva e propositiva. Sento la necessità di dover intavolare un discorso esteso al maggior numero di persone per creare una comunità che possa fare qualche cosa di concreto, un passo per affrontare questa situazione nel miglior modo che ci è possibile. Forse non si troveranno risposte, ma solo prospettive, possibilità, piccole tracce per nuove strade: “Prima si incontrano le persone, poi si affrontano i problemi, non viceversa. Sono troppi quelli che oggi affrontano le persone, quando, invece, sono i problemi che si affrontano e le persone che si incontrano” (Luigi Ciotti).

“...Gli adulti non capiscono mai niente da soli ed è una noia che i bambini siano eternamente costretti a spiegar loro le cose…” (Il Piccolo Principe, A. de Saint-Exupéry).

Il 31 gennaio il Consiglio dei Ministri dichiara lo stato d’emergenza sanitaria per l’epidemia da nuovo coronavirus. Il 18 febbraio viene ufficialmente registrato il primo caso di coronavirus in Italia. Il 23 febbraio viene emanato un decreto legge “misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell’emergenza epidemiologica da COVID-19”.

È il caos. Le scuole chiudono per prime le porte. Tante altre attività proseguono, si respira una certa preoccupazione, ma la vita apparentemente, per molti di noi, continua normalmente, tranne che per i nostri figli, per i nostri alunni. L’emergenza di cui tutti iniziano a parlare sembra ancora una cosa lontana, che non ci toccherà da vicino. Mentre noi pensiamo, o speriamo che ciò sia vero, non ci accorgiamo che per i nostri bambini non è così. Loro sono già stati toccati. Loro la stanno già vivendo. Loro sono i primi che iniziano a convivere con quest’emergenza e noi non ce ne accorgiamo.

Con il passare dei giorni, delle settimane, le notizie che cercavamo di tenere lontane iniziano a entrare nelle nostre case, nelle nostre vite, con estrema prepotenza. L’emergenza c’è. È arrivata. Ci tocca. È il panico questa volta. Le notizie di contagiati si rincorrono, gli ospedali sono al collasso, il numero di morti aumenta, si definiscono i target di persone “a rischio”… c’è paura. In questa lista non compaiono i nostri bambini. Tutti tiriamo un sospiro di sollievo, forse loro si salveranno. Ma dopo poco ecco la sentenza: loro, i nostri figli, sono gli “untori”. Devono restare lontani da tutto e tutti.

Ovviamente nessuno di noi ha il coraggio di dirglielo in questi termini, ma li barrichiamo in casa. Forse loro non capiscono? Forse i più grandi non ci hanno chiesto nulla? Forse per i piccoli sarà come una vacanza? No. Loro sanno. Loro hanno un’intelligenza emotiva che gli permette di percepire la nostra paura, il nostro panico e si adattano. Non chiedono, obbediscono e da buoni bambini, ragazzini, adolescenti quali sono, ci fanno credere che per loro non sia cambiato nulla, che vada tutto bene. Perché loro ci vogliono così bene che, nonostante tutto, vogliono proteggerci dalla paura che potremmo provare nel sapere che dentro di loro qualche cosa si è spezzato, che stanno soffrendo, che hanno più paura di noi. E noi cosa facciamo? Decidiamo che ci sta bene così.

Li dimentichiamo nelle loro stanze, davanti alla tv, davanti a telefoni, pc e qualsiasi dispositivo possibile. Forse ci lamentiamo quando con tanta insistenza richiedono la nostra attenzione, perché anche la nostra vita è stata stravolta. Molti di noi sono a casa ma devono lavorare, altri lavorano e fanno i salti mortali per non lasciare i propri figli soli. Non riusciamo a farci un’idea di quello che potrà succedere. Non abbiamo termini di paragone. Non sappiamo quale idea farci rispetto a questa situazione… Sì perché nessuno di noi ha mai vissuto una situazione del genere, nessuno. Ci mancano gli strumenti per comprenderla, per affrontarla, per gestirla. Forse per la prima volta siamo chiamati a doverceli costruire questi strumenti. Nessuno ce li può prestare.

Ma in tutto questo caos, in questa urgenza di seguire le notizie, di farci un’idea di quella che è la reale situazione, per alcuni di capire come lavorare con questo sconosciuto “smart working”, per altri di capire come funzionano tutte queste tecnologie, piattaforme, social, per poter mantenere i contatti professionali e privati, per altri ancora capire come poter fare quadrare i conti visto che tutto il lavoro è completamente bloccato così come le entrate economiche… In tutto questo, ancora una volta, ci siamo dimenticati di loro, i nostri figli, le “nuove generazioni”.

Forse per un attimo ci siamo illusi che tenerli in casa li avrebbe protetti senza lasciare in loro alcuna traccia permanente. Lentamente i loro impegni sono ripresi: la DAD, lezioni di diverse attività tramutate in digitale… Forse oggi, più di ieri, la loro agenda è ancora più fitta. E noi? Da una parte ci lamentiamo perché questi loro impegni hanno inevitabilmente ricadute sulla nostra vita, sul nostro tempo, dall’altra ci lamentiamo ancora perché vediamo il loro interesse, la loro motivazione, scemare sempre più e questo non lo accettiamo, perché in fondo a loro è richiesto “solo” di impegnarsi nella scuola e in attività che avevano scelto. Ma abbiamo gli occhi chiusi, la vista offuscata. Loro non avevano promesso di impegnarsi in questa scuola, in queste attività. Non per come sono diventate ora. I “patti” non erano questi. Purtroppo nessuno di noi ne ha colpa e ognuno sta facendo del proprio meglio per rendere più semplice e accettabile questa situazione.

Ma di nuovo, non li guardiamo, non abbiamo il coraggio, non riusciamo a chiedere loro realmente come stanno. Perché la risposta ci spaventa. Perché forse sarebbe la stessa che, a quella domanda, daremmo noi. Perché abbiamo paura. Perché non abbiamo risposte certe. Tutto il mondo, per come lo vivevamo o usavamo prima, è crollato.

Ma noi siamo i “grandi” e se c’è una cosa che dobbiamo davvero fare, di cui dobbiamo davvero preoccuparci sono loro: i bambini, i ragazzi. Loro che hanno iniziato a muovere i primi passi in questa vita, loro che si stanno sentendo dire, senza la voce, che forse non potranno più toccarsi, stare vicini, giocare come prima, andare a scuola come prima. Loro, ai quali quelle poche certezze che avevano stanno crollando una a una. Loro che prima andavano dai nonni e ora non si può più. Loro che prima andavano a scuola e ora non si può più. Loro che facevano un’infinità di attività che ora sono tutte filtrate da uno schermo, che li divide dal resto del mondo. Loro che cercano in noi risposte che noi, come mai prima, non possiamo proprio dare perché questa cosa tanto grande non sappiamo come gestirla e allora con loro tacciamo.

Ma forse questo silenzio fa ancora più paura di sentirsi dire “non lo so”, “la paura che hai tu ce l’ho anche io, ma vedrai che una soluzione la troviamo, anche se servirà del tempo”. Loro di noi si fidano. Fidiamoci di loro. In questi due mesi ci hanno dimostrato che possiamo farlo. Hanno rispettato tutte le regole che gli abbiamo imposto, forse con estrema fatica per alcuni, ma lo hanno fatto! Si meritano la nostra fiducia. Il nostro impegno.

Penso che mai come prima ci troviamo di fronte a una scelta epocale, un cambio di paradigma: decidere se maledire o benedire ciò che sta accadendo. Attenzione al peso delle parole, male-dire, bene-dire. Non voglio minimizzare in alcun modo quello che stiamo vivendo, è terribile, ma possiamo decidere di viverlo come una catastrofe o come una grande opportunità. È chiaro, evidente, sotto gli occhi di tutti, che il nostro mondo, per come funzionava fino a ieri, ora non vale più, non è più praticabile e allora cosa facciamo? Ci rassegniamo? Continuiamo a lamentarci per la nostalgia dei tempi passati? Oppure decidiamo di svegliarci e fare un primo passo?

Forse abbiamo bisogno di non sentirci soli, abbiamo bisogno di sapere che intorno a noi ci sono altre persone che stanno percorrendo la stessa strada, che da soli non ce la si fa, non ce la si può fare. E che non serve cercare il colpevole, quel qualcuno su cui dirottare tutta la nostra rabbia, la nostra paura, il nostro dolore, non serve perché quel qualcuno è come noi, sulla stessa nostra barca.

Quello che ci accomuna qui è che siamo tutti educatori: genitori, insegnanti, zii, nonni… In tutte le nostre vite ci sono bambini ragazzi… Loro si aspettano da noi un futuro. Noi quel futuro glielo abbiamo promesso. Ora più che mai quella promessa va mantenuta. Smettiamo di farci la guerra, smettiamo di pensare solo al nostro piccolo orticello, smettiamo di tenere i paraocchi. Allarghiamo le braccia. Permettiamoci di abbracciare il mondo. E il termine “abbracciare” non lo uso a caso. Proprio ora che non si può, diventiamo rivoluzionari per i nostri bambini, apriamo le braccia e abbracciamo la vita.

Lavoriamo fianco a fianco, ognuno con quello che può offrire, ognuno con i suoi tempi, ma insieme. Troviamo il coraggio per pensare al futuro. Un buon futuro per questi bambini. Non sarà facile. Non ci sono certezze o strade già tracciate, ma insieme possiamo farcela. Ci serve darci una direzione, una visione comune. Un unico progetto da perseguire… Il bene dei ragazzi, niente di più, ma niente di meno! Che sarà fatto di relazioni, di amore, di regole, di istruzione, di conoscenze, di emozioni, di valori, di impegno, di fatica.

Mettiamoci la faccia, ognuno di noi. Assumiamoci ognuno la propria responsabilità, che è sempre il 100%, non è divisibile tra le parti. La responsabilità è l’abilità di rispondere e ognuno di noi è chiamato a farlo, come singolo, nel suo ruolo, ma anche come collettività, come comunità. I prossimi mesi saranno difficili, ma per favore, non molliamo la presa. Restiamo uniti, pensiamo a nuove strade condivise, pensiamo alle possibilità che abbiamo di fronte a noi. Remiamo tutti nella stessa direzione. Se facciamo questo possiamo permetterci anche il lusso di riposare se siamo stanchi, se abbiamo bisogno di ricaricarci, perché ci sarà qualcun altro che in quel momento potrà remare anche per noi, ma se ognuno prende direzioni diverse allora sarà solo. Se mollerà la presa sarà perduto.

Abbiamo fatto tutti noi una promessa a questi bambini, a questi ragazzi, abbiamo promesso che ci saremmo presi cura di loro. E oggi più che mai siamo tenuti a mantenerla quella promessa: I care. Facciamolo, con quel che c’è, forse con poche indicazioni, pochi soldi da investire, ma con un amore infinito.

E “quel che c’è” oggi siamo noi: insegnanti e genitori, scuola e famiglie. Proviamo a creare uno spazio di incontro, di cooperazione, di condivisione. Proviamo a darci la possibilità di creare le basi per questo nuovo futuro che ci attende insieme, in modo propositivo, andando un poco oltre l’individualismo, allargando lo sguardo, allargando le braccia.

Chiedo a chi lo desidera di condividere il proprio punto di vista, riflessioni, pensieri. Tel. 333 2446611 Email: francescaberrini84@gmail.com

 

Francesca Berrini è educatrice presso la Scuola dell’infanzia della Fondazione Asilo Infantile “Giuditta e Giuseppe Leva” a Travedona Monate (Varese).

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