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Forse il coronavirus ci ha solo scattato una foto – Diario di una storia emotiva

pieces-of-the-puzzle-1925425_1920di Sabrina Costantini | 

Una settimana fa 14 marzo, di sabato pomeriggio, facendo il bilancio dei giorni trascorsi, ho realizzato di sentirmi come una spugna, di aver assorbito tutto quello con cui ero entrata in contatto: nervosismo dei colleghi, paure, disorientamenti, l’impegno a seguire le procedure, i continui bollettini informativi, i numeri, le ipotesi scientifiche, le illazioni giornalistiche, le immagini, i video umoristici, le battute via whatsapp, l’isolamento dei figli, il loro disorientamento, il buio, le file al supermercato, l’angoscia di contagio, la diffidenza espressa negli occhi e nelle distanze, le strade vuote, l’assenza di bambini in giro ormai da troppo tempo, l’angoscia degli agenti di polizia fermi a pattugliare…

Tutto questo mi ha fatto sentire spossata, caricata, disorientata e invasa. Triste!

A una settimana di distanza mi sento una spugna ormai satura che non riesce ad accogliere più molto altro, anzi peggio, sento una distanza da tutti e una distanza di tutti!

Questo mi ha fatto vedere chiaramente che forse il coronavirus-2019 ha solo esplicitato e reso manifesto in modo eccessivo la nostra situazione. Ha scattato una foto, che forse non abbiamo ancora la distanza per poter osservare con lucidità.

Ciò che ho visto è che il covid-19 ci impedisce di incontrarci, di toccarci, di guardarci a distanze ravvicinate, di stringerci la mano, di starci vicini. Ma alla fine vedendo come stiamo reagendo a tutta questa situazione, mi dico che forse siamo lontani l’uno dall’altro ormai da molto tempo.

Comunichiamo tanto, ci informiamo, condividiamo continuamente, mettiamo in vetrina, ma… quanto lo facciamo guardandoci negli occhi, entrando in contatto emotivo, interessandoci l’uno all’altro, capaci di ascoltarci con interesse e passione, chiunque sia l’interlocutore?

Forse questo virus ha solo esplicitato ciò che succede da tempo, ha fotografato la nostra distanza dagli altri, l’isolamento che si nasconde sotto le tante parole, la concretezza, la razionalità, la corsa frenetica dentro e fuori i nostri ritmi…

Ora ci sentiamo disorientati e spersi perché ci mancano i nostri punti di riferimento, le abitudini, le certezze, sappiamo solo cosa non possiamo fare ora, non sappiamo fino a quando andrà avanti, né cosa succederà dopo e quando sarà “Dopo”.

Sembra di essere in una scena apocalittica, mi fa venire in mente Terminator 2, deserti, desolazione, tutto è avvenuto velocemente, senza che la mente potesse farvi fronte, siamo in attesa del Domani. Di cosa ne sarà.

La cosa più importante è diventata la sopravvivenza e quando si pensa alla sopravvivenza spariscono le persone e gli affetti. Fino a perdere la nostra umanità!

Mi sento come se fossimo tessere di un puzzle sparse per terra, ognuna staccata dal resto. Ciascuna è significativa ma senza la vicinanza delle altre, se ne perde il disegno d’insieme.

Non so come mi sentirò fra una settimana e ancora la settimana successiva, ringrazio però di aver potuto condividere queste mie emozioni, che credo sia la risorsa umana più grande che abbiamo, altrettanto fondamentale della sopravvivenza del nostro organismo.

Le mascherine non possono toglierci la parola, i guanti non possono impedirci di toccarci emotivamente… Se ancora vogliamo attingere al nostro mondo interno, alle nostre ricchezze per accogliere noi stessi e gli altri.

Forse non costa così tanto dire una parola a chi ci sta davanti, lanciare uno sguardo che rappresenta un collegamento… perché oltre il corpo, dobbiamo preservare anche la nostra umanità.

Sabrina Costantini è psicologa presso il SerD di Pisa

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