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Sviluppare una pratica dell’attenzione

Quel che il teatro può insegnare al lavoro sociale

Intervista a Gabriele Vacis a cura di Roberto Camarlinghi

Viviamo nel tempo della distrazione, più connessi nel virtuale che in contatto col reale. Soffriamo della mancanza di tempo e ci sentiamo in dovere di correre ancora più in fretta. Rischiamo di scivolare sulle cose senza farne esperienza, in organizzazioni che propongono sempre nuove urgenze.

C’è ormai un’ampia letteratura che documenta la condizione dell’uomo contemporaneo, sempre più in balia del mondo là fuori, sempre meno in contatto con sé, gli altri, le cose. Una condizione insostenibile per l’operatore sociale, per definizione colui o colei che è chiamato/a ad abitare con consapevolezza le situazioni, se vuole sperare di aiutarle a evolvere.

Allora oggi, prima di qualunque formazione tecnica, c’è una formazione alla “presenza” che va curata: presenza intesa come capacità di stare con attenzione nello spazio-tempo in cui siamo. E nel capire come ritrovare presenza il teatro, con sue pratiche e le sue tecniche, ha oggi tanto da insegnare. Anche al lavoro sociale, educativo, di cura.

Un attore, spiega infatti Gabriele Vacis, tra i più grandi registi di teatro contemporanei, che su questi aspetti ragiona da tempo al punto da aver fondato (con Roberto Tarasco e Barbara Bonriposi) l’Istituto di pratiche teatrali per la cura della persona, «ha prima di tutto necessità di essere presente a se stesso».

Chi ha partecipato al Social Festival lo scorso novembre ha avuto modo di sperimentare direttamente queste pratiche nel laboratorio condotto da Vacis nel pomeriggio d’apertura. In quest’intervista, svoltasi per paradosso in una trattoria torinese piena di rumori e distrazioni, gli abbiamo chiesto di illustrarci il suo pensiero.

Il Teatro oltre il teatro

Il progetto del vostro Istituto è applicare le tecniche del teatro alla cura della persona. Ci puoi illustrare il nesso tra teatro e cura?

Tutta la storia del teatro del ʼ900 tende a comprendere le possibilità di applicazione del teatro oltre il teatro. I grandi maestri del ʼ900 – da Stanislavjki a Grotowski a Mejerchol’d – hanno lavorato a cercare il teatro oltre lo spettacolo. E quindi nel secolo scorso si sono messe a punto una serie di tecniche che contengono la psicanalisi, l’analisi bioenergetica di Alexander Lowen e così via.

Queste tecniche, che si sono rivelate utili in termini di formazione dell’attore, si rivelano oggi utilissime per la formazione della persona. Al punto che il teatro ha ormai più a che fare con la cura della persona che con lo spettacolo. I grandi artisti di oggi lavorano con ragazzi, adolescenti, disabili, anziani, con categorie di persone che usano il teatro come terapia. È questa la loro poetica: una poetica di inclusione.

Al centro delle pratiche dell’Istituto c’è una parola, «awareness», che contraddistingue la tua poetica. Possiamo tradurla con «consapevolezza»?

Awareness per gli inglesi non è proprio consapevolezza come in italiano. In italiano consapevolezza è quella del cervello, che gli inglesi traducono con consciousness. L’awareness implica qualcosa di più: è una consapevolezza di tipo psicofisico, è la capacità di essere presenti a se stessi e alle cose. Di questo tipo di consapevolezza c’è oggi gran bisogno e le pratiche del teatro permettono di svilupparla. Del resto il teatro è – fondamentalmente – presenza.

Come sai, l’estate scorsa abbiamo promosso il primo awareness campus (1). Nel campus l’intento è costruire un ambiente in cui le persone possano stare, e stare consapevolmente. Il metodo di apprendimento si fonda sull’esercizio costante e rigoroso di pratiche di consapevolezza come la «Schiera», che è un modo per costruire la propria presenza e per riflettere sullo spazio e sulle relazioni.

Per me il campus è stata un’esperienza sorprendente, non pensavo ci fosse una necessità così profonda, a tanti livelli, anche di chi opera nel sociale. Al campus hanno partecipato psichiatri, sociologi, fisioterapisti, educatori, antropologi sociali… C’erano anche attori o aspiranti tali ovviamente – d’altra parte avevamo messo l’annuncio sul sito del Teatro Stabile di Torino. Però l’awareness campus non è una scuola per preparare attori, ma per apprendere una pratica dell’attenzione.

Abbiamo invitato anche gruppi di persone con disabilità psichica, con cui abbiamo lavorato un’intera giornata. Di norma gli interventi che si fanno negli ambiti della disabilità sono molto centrati sulla socialità, sullo stare insieme, sul giocare. Ma un lavoro specifico mirato al rapporto corpo-mente, centrato sulla consapevolezza di sé, è pochissimo praticato. E se lo fai con le pratiche del teatro, ottieni risultati sorprendenti in brevissimo tempo

La pratica della «schiera»

Hai parlato della pratica della Schiera, in cosa consiste?

Consiste nel camminare avanti e indietro per molto tempo e in modo sincronicamente perfetto con le altre persone. Il grownding di Lowen è il punto di partenza. Sai cos’è il grownding? È stare con i piedi per terra; avere consapevolezza che tu stai in piedi; che i tuoi piedi arrivano lì; che le tue mani arrivano lì; che tu hai le mani; che tu hai i piedi; che quando parli gli altri ti ascoltano; che quando parli dici delle cose. E tutto questo lo fai con consapevolezza. Tutto questo noi lo sviluppiamo attraverso la Schiera.

Ho iniziato a lavorare sulla Schiera molto tempo fa. In Elementi di struttura del sentimento, uno spettacolo che ho fatto nel 1984, c’era una scena da cui è nato l’esercizio. Sei attrici camminavano dal fondo del palcoscenico al proscenio, facevano una piccola azione e poi tornavano indietro. Il ritmo cresceva su una musica che durava più di sei minuti, e il movimento diventava parossistico. Quella scena nel tempo si è trasformata in esercizio.

La Schiera base si fa così: tu ti metti di fianco a un altro, si fa una fila, si cammina insieme. All’inizio in silenzio. Sono dodici passi avanti, dodici passi indietro e così via. L’obiettivo di questo esercizio è trovare un’unità di presenza tra le persone che camminano, escludendo ogni movimento non strettamente necessario a camminare naturalmente. La ripetizione regolare dei dodici passi perimetra, delimita, misura lo spazio. Le persone che camminano definiscono così un ambiente fisico. Il tempo con cui i passi della serie si succedono costituisce il ritmo dell’esercizio.

Poi la Schiera si evolve. La seconda fase si fa con il metronomo, e lì vai sul ritmo, devi stare dentro alla battuta del metronomo. E via via crei quello che diventa nel corso del tempo un movimento comune. La Schiera a un certo punto diventa respiro comune. Stai con gli altri oltre che con te stesso. Sono pratiche che all’inizio sembrano semplici e poi diventano sempre più complesse. Ma sono già difficili quelle base.

La prima difficoltà la incontri quando devi voltarti, invertendo la direzione di marcia. Il problema è non sbandare, mantenere l’equilibrio. Ecco perché è necessario sapere esattamente quali muscoli vanno attivati e quali rilassati per ottenere il massimo controllo dei propri movimenti, ma anche la massima fluidità. Camminare togliendo tutto quello che non è strettamente necessario a camminare è difficilissimo.

Nel grounding tu devi mettere le radici, qui si tratta di camminare mantenendo le radici; cioè tenendoti in contatto con gli altri, oltre che con te stesso naturalmente. È un allenamento che in ambito teatrale aiuta a formare un attore consapevole, autore della propria presenza in scena: perché l’autore di uno spettacolo teatrale non è mai una persona, ma un ambiente, l’ambiente che si determina dalla relazione tra le persone. In ambito non teatrale è un allenamento ugualmente utile: allenarsi a essere presenti a sé e agli altri, a porsi in atteggiamento di attenzione.

Fake news ovunque

Perché secondo te diventa importante sviluppare awareness, cioè presenza, attenzione, in questo momento storico?

Per comprendere quello che accade. Non capire – che rimanda ancora una volta al solo cervello –, ma proprio comprendere – che ha in sé sia il capire che il sentire. Noi oggi abbiamo bisogno di rimetterci in contatto con la realtà. E le pratiche di awareness servono a questo.

Pensiamo alle fake news, alla post verità… Sono tutte articolazioni di un sostanziale distacco dalla realtà, di una sospensione della realtà. Siamo dentro narrazioni spesso assurde, che non hanno nessun contatto con la realtà fattuale. Siamo pieni di notizie false, distorte o inventate, che ci fanno perdere il contatto con le cose, con la nostra esperienza delle cose.

Porto un esempio. A Settimo Torinese, dove abito, c’è il Centro «Fenoglio» che è uno dei più importanti centri di accoglienza nazionali. Nel centro esistono due progetti: uno di prima accoglienza (accoglie i migranti in arrivo dal viaggio in mare), l’altro è un progetto Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) che accoglie 100 persone. Il Centro lo si vede passando col treno che va a Milano.

In questi anni è stato gestito dalla Croce Rossa, non sono mai successi disordini o violenze. Proprio per questi motivi, da qualche tempo è oggetto di un’attenzione positiva. I media hanno cominciato a parlarne dicendo «ci sono strutture che funzionano». Questo ha acceso i riflettori sulla presenza dei migranti, finendo col creare tensioni negli abitanti limitrofi.

Non che siano accaduti fatti gravi, nel frattempo. Ma ora la gente chiama in Comune dicendo «‘sti immigrati, sempre per strada a fare nulla». Per strada s’intende un telefono pubblico, dove questi ragazzi vanno in dieci-dodici e si crea un capannello. E la gente adesso li nota e dice «cavolo, ci sono gli immigrati!». Prima c’erano lo stesso, però siccome i giornali e la tv non ne parlavano la gente non e ne accorgeva. Adesso li vedono perché qualcuno glieli ha fatti vedere. Perché per vedere qualcosa abbiamo bisogno che prima sia visto in televisione ormai.

Oggi abbiamo un tipo di consapevolezza della realtà che è molto mediata da filtri che hanno interesse a creare narrazioni allarmistiche.

Per carità, è sempre stato così. Abbiamo sempre avuto bisogno di qualcuno che ci dicesse «guarda lì»: il maestro, il farmacista, il medico, il prete… E se qualcuno dice «guarda lì» la gente guarda lì. E cosa dice la gente? Dice quello che ha sentito ieri sera in tv. E quello che ha sentito ieri sera in tv è che «quello è un problema?». Ma perché?!

Qualche tempo fa ho fatto un film sulla paura, La paura siCura, in cui volevo raccontare le paure del presente. Sono partito immaginando che tutti mi dicessero «abbiamo paura degli immigrati». E invece su 300 colloqui fatti nessuno mi ha detto «abbiamo paura degli immigrati». Perché? Perché ho fatto domande che richiedevano come risposta delle storie.

Se tu noti, sui mass media nessuno fa mai domande che richiedano come risposta delle narrazioni. Tutti parlano di narrazione, ma nessuno fa narrazione. È rarissimo. Perché la narrazione è un’altra cosa dalle opinioni.

Nella narrazione parti da te, dalla esperienza che hai tu delle cose, no?

Sì. Se io ti chiedo «cosa pensi dell’immigrazione?», tu mi dirai quello che hai sentito ieri sera in tv. Se invece ti chiedo «ti sei mai trovato di fronte a un immigrato? Quando? Dove? A che ora? Che cosa ti è successo? Che cosa hai fatto? Che cosa avete fatto?», nella maggior parte dei casi la risposta è «mai», perché le relazioni sociali sono pochissime.

Allora se ripartissimo da lì, forse qualcosa di più comprenderemmo. Ma se continuiamo a ripeterci opinioni escludendo le storie, se continuiamo a dire che raccogliamo storie quando in realtà raccogliamo opinioni, be’ non ne usciamo. Perché continueremo ad approcciare l’immigrazione in modi che non cercano la soluzione del problema, ma che sono il problema.

Gli operatori che lavorano nei centri di accoglienza – negli Sprar, nei Cie – vivono in prima persona questa contraddizione. Perché si ritrovano a dover gestire un fenomeno di contenzione rispetto a persone che non hanno compiuto reati, e quindi perché dovrebbero essere in un luogo di contenzione? Qualunque cosa facciano è viziata da questo problema di fondo. E quindi c’è un burn out continuo. Ma forse è l’Italia a essere in burn out. Siamo un paese in burn out, forse l’Occidente è in burn out. È tutto qualcos’altro, c’è sempre qualcos’altro. Non è mai possibile considerare una questione, affrontare un problema per quello che è. Per questo diventa importante oggi acquisire consapevolezza dell’esserci, imparare a prestare ascolto a quello che accade, a dove si è, a chi si ha davanti.

Il teatro è presenza

Dicevi che il teatro è fondamentalmente presenza, per questo le sue pratiche aiutano ad allenare la capacità di essere presenti a sé, agli altri, alle cose. Puoi spiegare di più?

L’attore di teatro è colui che sa ascoltare chi ascolta. Io, mentre adesso ti sto parlando, mi occupo di te che ascolti. Quello che dico, come lo dico, lo dico in relazione a quello che sta accadendo qui e alla persona che tu sei. Tengo conto di tutto questo. Le pratiche e le tecniche del teatro hanno sviluppato queste conoscenze, che sono utilissime per gli operatori sociali, per gli insegnanti, per i preti, per tutti!

Chi ha questo tipo di formazione l’ha sempre utilizzata per lo spettacolo. Che va bene, non è che adesso dica «basta spettacolo». Però in questo momento mi interessa di più la loro applicazione per la cura della persona. E queste pratiche oggi sono sconvolgenti: perché lo scollamento sociale, la difficoltà di stare nelle situazioni, nei luoghi di lavoro, tutto questo è l’esito del totale non ascolto. A fronte tra l’altro di una continua invocazione all’ascolto!

I pedagogisti dicono che bisogna ascoltare i giovani; i preti dicono che bisogna ascoltare i fedeli; i politici dicono che loro ascoltano il territorio. Ma nessuno, a ben guardare, ascolta nessuno. Questa è la cosa per me sconvolgente. Vedi quello che succede in questa sala adesso? Ci sono stati dei lampi fuori. Guarda che eccitazione c’è per questa cosa. È normale? Io sono costretto a parlare a un volume molto alto, perché tutti stanno parlando a un volume altissimo; e sto usando un volume appena sufficiente perché tu mi possa sentire, ma non più alto di quello, perché sennò parteciperei a questa follia che stiamo vivendo adesso. Non è una gran follia, però è una follia a suo modo, no?

[Un cane abbaia, i camerieri si muovono tra i tavoli in modo frenetico]

Vedi come si muovono? Vedi come si muove il cameriere? È così, dappertutto. Si è alzato il volume di tutto. Va bene. Però credo che ci sia la necessità di creare posti dove non si alza il volume. I servizi sociali per esempio: luoghi dove si abbassa il volume! Se no impazziamo.

Quando i politici in televisione dicono «bisogna abbassare i toni» lo dicono quasi sempre in modo provocatorio. Perché se io e te stiamo discutendo animatamente e ti dico «oh stai calmo, abbassa i toni», ti faccio incazzare tantissimo, no? Aumento i toni, non li abbasso. E che poi ogni tanto intervenga il presidente della repubblica o il papa a dire «bisogna abbassare i toni» – e loro lo dicono sinceramente perché davvero desiderebbero che si abbassassero i toni – non cambia nulla perché il loro invito conta come tutti gli altri che lo dicono provocatoriamente.

Quindi c’è oggi un innalzamento di volume generalizzato che ci mette in una condizione di difficoltà di comprendere. Di comprendere noi, gli altri, ciò che accade intorno. Ecco perché continua a essere necessario il teatro; perché, come ti dicevo, il teatro è il luogo in cui chi parla può ascoltare chi ascolta. E in cui chi ascolta è presente nello stesso tempo e nello stesso spazio di chi parla. In quell’ascolto reciproco accade il teatro.

Il teatro avviene nella relazione tra le persone. Mentre per un film, un libro, un quadro, c’è qualcuno che crea, in un altro tempo e in un altro spazio, e poi qualcun altro che fruisce, il teatro è proprio il luogo in cui chi parla e chi ascolta possono essere autori, insieme, dell’accadimento. Questo insieme è l’ambiente. Le tecniche del teatro creano e si prendono cura di queste condizioni, di questo contesto. E oggi c’è un gran bisogno di creare queste condizioni, di istituire questi luoghi…

La lezione dei dervisci tourneur

Luoghi – dici – in cui abbassare il volume, in cui comunicare ascoltando chi ti ascolta e creare insieme a lui azioni condivise. Mi sembra un’ottima sintesi di quello che dovrebbe accadere nei luoghi dell’aiuto, della cura, dell’educazione, della formazione.

Oggi tutto tende al rumore. Anche a scuola, anche negli oratori. Dove sono i luoghi in cui ascolti, in cui stai consapevolmente con gli altri? Per me ormai questo è il problema sociale.

Prendiamo la scuola. Non so se avete visto il film di Cantet, La classe. Il regista è stato per un anno scolastico con questa classe e lo racconta. Il film termina con il professore che, nell’ultima lezione prima delle vacanze, chiede agli studenti: «Cos’avete imparato?». Una ragazzina, che è sempre stata in disparte, gli dice: «Io non ho imparato niente». «Come? Non è possibile… tu hai imparato quanto i tuoi compagni». «Sì, ma io non capisco». «Non capisci che cosa?». «Non capisco che ci facciamo qui…». Guarda che questa è la domanda, veramente. La domanda che troppo spesso, nell’ansia di rispettare il programma, viene zittita.

Adesso sembra che il dibattito sia se aggiungere o no un anno all’obbligo scolastico per insegnare il secondo ʼ900. Cioè i principali intellettuali di questo Paese discutono se allungando la scuola si riuscirà a studiare Pasolini oltre a Leopardi. Per carità, Pasolini è importante, ma non mi pare questo il problema della scuola. Il problema è che ci sia qualcuno che ti ascolta mentre ti parla: nello stesso tempo. Questa dovrebbe essere per gli insegnanti la materia di insegnamento. La prima. E dopo i programmi.

I programmi… Io insegno alla Cattolica, le conosco quelle facce. Guardo in aula gli studenti e dico «perché siete qui? Perché siamo qui?». Io cerco di ascoltarli mentre sto parlando. E mi sforzo di capire a cosa gli può essere utile il fatto che siamo insieme lì in quell’ora. Dove devo andare? In che direzione? Di che cosa hanno bisogno? E non smetto di ascoltarli, perché un attimo dopo, anche in relazione a quello che ho appena detto, cambia quello di cui hanno bisogno.

Questo è un esercizio importante. Questo è quello che bisognerebbe insegnare a scuola.

L’insegnare, così come l’educare o l’aiutare, sono continuamente presenza. È continuamente essere presenti. Sai i dervisci tourneur, i dervisci rotanti, quando entrano in scena cosa si augurano? Quando gli attori italiani entrano in scena si dicono «merda, merda, merda». È un modo di dire che nasce nel ʼ700 quando il pubblico andava a teatro a cavallo. Se davanti al teatro c’era tanta merda, voleva dire che c’era tanto pubblico.

I dervisci tourneur, invece di dirsi merda, si dicono «sii presente a te stesso». E scusa, io sto con i dervisci, non ho un attimo di dubbio! Ma quello che mi preoccupa è che tutta la cultura… è una cultura di merda! Nel senso che bada all’incasso. Che va bene, ci mancherebbe. Però i dervisci si dicono «sii presente a te stesso». Allora perlomeno trovare un equilibrio non sarebbe male. E invece questo equilibrio non c’è.

Pensando agli operatori sociali, oggi si trovano a lavorare in spazi organizzativi di grande alienazione. Dove non solo si fa fatica a essere presenti a se stessi, ma dove sembra che meno si è presenti meglio si riesca a reggere. Allora la proposta che fate è forte. Chiedersi «che cosa ci facciamo qui al Serd? Cosa faccio io coi miei utenti?», sono domande in apparenza banali, in realtà dirompenti.

Dirompenti perché rompono routine, ma rigeneranti perché non è vero che estraniarsi sia la risposta all’alienazione. Prova ne è il burn out. Meglio per un operatore sforzarsi di comprendere: comprendere cosa sta facendo lì, con quelle persone. Altrimenti viene meno la sua funzione di cura, di aiuto.

Quando facciamo il campus, quello che è interessante è che si crea un ambiente. Qualunque cosa stia accadendo in quel momento lì, accade in attenzione. È qualcosa in cui tutti sono presenti. E tutti quelli che entrano lì si guardano intorno e dicono «cosa succede?». E ci mettono un attimo a capire «ah, tutte le persone che sono qui sono qui». E questa è la cosa interessante secondo me: creare un ambiente in cui tutte le persone che sono lì sono ; e fanno quello che stanno facendo in quel momento lì. Sono consapevoli insomma di essere lì.

Questa è la awareness alla quale mirano le pratiche teatrali: un lavoro di consapevolezza di sé. Non per diventare altro da sé – noi non lavoriamo sugli aspetti mimetici del teatro, che pure sono sacrosanti; non lavoriamo cioè su quella parte del teatro che è interpretare un personaggio. Lavoriamo su quella parte del teatro che è la presenza, e che è preliminare all’altra. Perché per stare in scena un attore deve anzitutto essere presente a se stesso. Poi potrà decidere di fare teatro mimetico, potrà decidere di fare teatro sociale nelle periferie urbane, potrà decidere di impiegare le tecniche del teatro per l’integrazione delle persone disabili. Ma prima deve avere questa consapevolezza di sé, che è alla base del teatro di ogni tempo.

GRUPPI DI PRODUZIONE DI PENSIERO

Padova, Centro Altinate – Giovedì 21 febbraio 2019, ore 14,30-18,30

Per orientarti nella scelta dei 18 gruppi di lavoro pomeridiani abbiamo preparato una presentazione per ognuno. Troverai che cosa si propone ogni gruppo e come intende procedere per essere un “gruppo di produzione di pensiero” partecipato. Segue una presentazione di chi interverrà.

Ti segnaliamo che i gruppi si caratterizzano, oltre che per i contenuti, per la modalità di lavoro. Vi sono infatti: gruppi di approfondimento, gruppi di analisi di esperienze, laboratori pratici. Scegli la modalità a te più congeniale.

Compilando il form di iscrizione, potrai esprimere tre preferenze rispetto ai 18 gruppi in ordine di priorità. Terremo conto il più possibile della tua prima scelta. Il numero massimo di partecipanti per gruppo è di 25. Quindi affrettati!

1 | Una città aperta: laboratorio di intelligenza e sensibilità condivisa

Immaginazione/rigenerazione 
Gruppo di analisi di un’esperienza

Prendendo spunto da una mappatura degli spazi dismessi di Pavia, dalla costituzione di forme organizzative leggere e dall’esperienza di progettazione partecipata di un’area dismessa (Arsenale creativo di Pavia) il gruppo si confronterà attorno alle pratiche collaborative che si possono innescare nelle città, mobilitando il potenziale innovativo che può nascere dallo scambio di competenze intergenerazionali. Sarà approfondito come gli immaginari sugli spazi dismessi e il loro uso simbolico possano suscitare processi di cambiamento e generare quell’intensità relazionale utile ad affrontare la vulnerabilità sociale e quindi, promuovendo nuove opportunità, tendere a riequilibrare le disuguaglianze.

ConduceNicola Basile, rete “Cose da fare con i giovani”, responsabile area progettazione della coop sociale Il Torpedone di Cinisello (Mi). DiscussantViola Petrella, urbanista di formazione, si occupa di sviluppo locale partecipato con particolare attenzione ai commons urbani.

2 | Ascoltare le aspirazioni emergenti tra correnti carsiche
Immaginazione/rigenerazione
Gruppo di approfondimento

All’interno di una riflessione sull’immaginazione, su cosa possa nutrirla, permetterle di accedere a immagini “fuori” dal coro e proprio per questo maggiormente “dentro” al mondo che ci circonda, è centrale una riflessione sui luoghi. La paesologia – la riflessione sulla vita nei piccoli paesi – è un’esperienza poetica d’immaginazione “con” i luoghi. I piccoli paesi, gli angoli delle piazze, le persone sulle panchine sono i brandelli di memoria che ci ricordano chi siamo appena stati, che riaprono la nostra sensibilità per la storia e ci interrogano sul futuro. Periferie, paesini, luoghi marginali: restare? partire? ri-ac-cordare? A partire dal nesso tra paesaggi interni e paesaggi intorno, si lavorerà sull’immaginario attraverso il sentimento dei luoghi, facendo della “risonanza” uno strumento di lavoro.

ConduceVincenza Pellegrino insegna sociologia dei processi culturali all’Università di Parma e negli anni si è occupata di democrazia partecipativa e immaginazione sociale. Discussant:  Franco Arminio, poeta, scrittore e regista, è fondatore della «Casa della Paesologia». Ha scritto molti libri sul tema, tra cui nel 2009 “Vento forte tra Lacedonia e Candela. Esercizi di paesologia”. 

3 | Che cosa ci insegnano i ricordi di domani: la memoria del futuro
Immaginazione/memoria
Gruppo di approfondimento

Possiamo ricordare il passato. Possiamo immaginare il futuro. Ma che cosa avviene quando ricordiamo un futuro che in passato abbiamo immaginato? Quando ricordiamo un’aspirazione irrealizzata, per esempio? O quando ricordiamo le promesse del “progresso”? Possiamo cadere nel rimpianto, oppure trovare linfa per rinnovare le speranze. In ogni caso, sappiamo che cosa è successo dopo e possiamo impararne molte cose. Se il futuro oggi non è quello di una volta, possiamo disegnarlo ancora. A partire da una riflessione di Paolo Jedlowski, verrà proposta ai partecipanti un’esercitazione per approfondire il tema.

ConduceLucia Bianco, filosofa e pedagogista, responsabile del progetto “Genitori&figli” del Gruppo Abele. DiscussantPaolo Jedlowski, docente di sociologia presso l’Università della Calabria. Tra le sue ultime pubblicazioni: “Memorie del futuro” (2017).

4 | Hackerare le politiche giovanili per renderle capacitanti
Immaginazione/ creatività
Gruppo di approfondimento

Fino a dove possono spingersi modelli di politiche e progetti in grado di migliorare la vita delle persone? Pensiero laterale e creatività vanno allenati e messi in pratica sistematicamente, uscendo dai sentieri che si sono percorsi e quindi conosciuti, confortevoli ma esausti, poco fertili. Nel workshop, incentrato sulle narrazioni come strutture organizzative di base, i partecipanti verranno condotti nella costruzione di storie esemplari di progetti che hanno “funzionato”, introducendo elementi endo- ed esogeni che ne modifichino gli esiti e i presupposti. “Giocheremo seriamente” con i dadi storycubes, che aiutano a sbloccare l’immaginazione e a innescare logiche inattese di serendipità. Obiettivo è mettere in luce l’esistenza di logiche alternative ai modelli dati per scontati nella progettazione.

Conduce: Alessandro Catellani, educatore, presidente di Gruppo Scuola coop sociale di Parma, coordinatore di Officine On Off. Discussant: Alessandro Pirani, esperto di progettazione e policy di cambiamento organizzativo per amministrazioni pubbliche, aziende, imprese sociali. 

5 | In altri tempi e luoghi: la formazione come teatro
Immaginazione/espressività
Laboratorio teatrale e analisi di un’esperienza

I laboratori di teatro-educazione dei “Maestri di strada”, per adolescenti ed educatori, attivi a Napoli, sono spazi di gioco immaginativo attraverso i quali uscire fuori da sé sperimentando altri ruoli, altre relazioni, altri ambienti di vita, per osservare se stessi e gli altri al di fuori delle maschere quotidiane, frutto dei condizionamenti familiari, sociali e culturali. Il gruppo lavorerà sui “copioni di scena“ che possono rappresentare consapevolmente i nostri copioni di vita impliciti, per comprendere agendoli i valori che ci orientano e ci danno forma. Il teatro funge da spazio immaginativo e traslato delle emozioni e dei ruoli in cui ci sentiamo costretti dalle nostre paure e bisogni.

ConduceFrancesco Cappa, ricercatore in pedagogia e metodologia della formazione all’Università Milano Bicocca, socio fondatore del Centro studi R. Massa e di Orbis Tertius sull’immaginario contemporaneo. DiscussantNicola Laieta, coordinamento Associazione Maestri di strada di Napoli, direzione Polo del teatro educazione, Associazione Trerrote (teatro, ricerca, educazione), regista e formatore teatrale. 

6 | Luoghi ibridi ad alta intensità relazionale: 5 anni delle Serre (Bologna)
Immaginazione/rigenerazione
Gruppo di analisi di un’esperienza

Leggere un luogo come le Serre dei Giardini Margherita a Bologna permette di comprendere come uno spazio possa (e forse debba) oggi provare a essere contemporaneamente risposta a bisogni relazionali, sociali, aggregativi, culturali in uno stesso contesto. E come questo possa essere fatto sconfinando l’idea di essere solo “sociale”, di essere frequentato da una sola “generazione”, di poter avere solo una fruizione “o commerciale o gratuita” e di produrre funzione pubblica senza dover essere gestito da un soggetto pubblico. Insomma, un gruppo di lavoro che prova a pensare, insieme, come contaminare, innovare o semplicemente connettere i nostri luoghi tradizionali.

ConduceCarlo Andorlini, rete “Cose da fare con i giovani”, si occupa di innovazione nelle organizzazioni del Terzo settore. DiscussantNicoletta Tranquillo, co-founder e project manager di Kilovatt.

7 | Arte Migrante: la produzione artistica come luogo di incontro e contaminazione
Immaginazione/espressività
Gruppo di analisi di un’esperienza

L’arte è in grado di creare ponti, unire e accogliere l’epifania dell’altro, soprattutto tra i giovani. Arte Migrante è un’iniziativa nata a Bologna che si sta diffondendo. Suo scopo è favorire l’integrazione di persone ai “margini” (migranti, senzatetto, persone con disabilità…) proponendo una condivisione mediata dall’arte e attivando così processi di riconoscimento della comune umanità. Partendo dall’analisi di alcune esperienze e da suggestioni metodologiche che le caratterizzano il gruppo cercherà di sviluppare ipotesi per percorsi dove l’arte possa generare immaginari di mondi diversi.

Conduce: Barbara Di Tommaso, formatrice e consulente per la progettazione sociale e pedagogica in numerose organizzazioni del Terzo settore e della pubblica amministrazione. Discussant: Andrea De Filippipsicologo, lavora come educatore domiciliare, fa parte del coordinamento di Arte Migrante Parma. 

8 | Decostruire l’immaginario per liberare immaginazione
Immaginazione/espressività
Laboratorio filmico-narrativo

Catturiamo noi le immagini o sono le immagini a catturare noi? Questo dilemma ci accompagnerà lungo un percorso laboratoriale nel quale analizzeremo video che delineano immagini possibili di giovani, esploreremo alternative per non sentirci troppo costretti, sperimenteremo l’uso del filmato come linguaggio per aprire nuovi spazi collettivi di immaginazione sociale e culturale in cui le nuove generazioni da una parte possono essere attori stimolanti, dall’altra possono interiorizzare suggestioni e provocazioni emergenti nei contesti artistici e linguistici entro cui si muovono.

Conduce: Marco Martinetti, responsabile della progettazione della coop Vedogiovane e presidente di Finis Terrae, entrambe di Borgomanero-Arona. DiscussantEnrico Gentina di Torino, curator, direttore artistico, regista teatrale, progettista di percorsi di eventi culturali. 

9 | Avere una storia con il proprio territorio, scoprendo il senso della libertà generativa
Immaginazione/impegno/cura del mondo
Gruppo di analisi di un’esperienza

Che cosa può portare centinaia di adolescenti a impiegare una parte del proprio tempo, durante l’estate, nello sporcarsi le mani per prendersi cura dei beni comuni del proprio territorio? Che cosa rende possibile un simile esercizio di cittadinanza attiva e di autentico impegno al di fuori dei perimetri delle organizzazioni più tradizionali di volontariato? Come coinvolgere i principali attori economici e sociali di una comunità locale in un processo di riconoscimento del valore di esperienze di partecipazione giovanile? Prendendo le mosse dalle esperienze maturate nei comuni del Bassanese, nell’ambito del progetto “Ci sto? Affare fatica!”, il gruppo si confronterà sugli aspetti metodologici che sorreggono esperienze che rigenerano l’impegno e la cura, coniugandole con la vacanza e il tempo libero.

ConduceAndrea Marchesi, rete “Cose da fare con i giovani”, Libera Compagnia di Arti e Mestieri Sociali, docente a contratto all’Università Bicocca di Milano. DiscussantMarco Lo Giudice, presidente cooperativa sociale Adelante, Bassano del Grappa. 

10 | Jam esperienziale per r-esistere insieme agli adolescenti
Immaginazione/creatività
Laboratorio multidisciplinare

Esploreremo alcuni tra i fenomeni culturali ed espressivi giovanili: hip-hop (musica rap e trap, graffiti…), gli universi “nerd” (fantascienza, giochi di ruolo e videogiochi), le feste danzanti notturne, più o meno legali. Scopriremo culture “sull’orlo del baratro”, perché inevitabilmente impregnate delle contraddizioni della società, della pervasività del mercato, della sofferenza di chi ne è protagonista. Osservando con attenzione scopriremo, però, anche spazi di desiderio, spiragli estremamente vitali, elementi di r-esistenza che il lavoro sociale è invitato ad ascoltare. Queste pratiche mostreranno una dimensione creativa che è anche (e soprattutto) sovversione di sguardi, un prezioso laboratorio dell’inedito.

Conduce: Diletta Cicoletti, formatrice e consulente, collabora con lo Studio APS di Milano, accompagna e sviluppa percorsi di coprogettazione con realtà territoriali pubbliche e del Terzo settore. DiscussantDavide Fant, formatore, responsabile di Anno unico(“scuola” per adolescenti che hanno lasciato la scuola), con Metodi si occupa di consulenza in contesti socio-educativi. Autore di “Pedagogia hip-hop. Gioco, esperienza, resistenza”. 

11 | Dalla perfomance all’azione per dare corpo sociale all’immaginazione
Immaginazione/espressività
Laboratorio di teatro sociale

L’uomo impiega le arti per rielaborare in modo creativo e condiviso i vissuti. Sono pratiche che offrono di scompaginare l’ordine degli elementi costitutivi di un contesto (o di un comportamento) per immaginare e agire in uno spazio-tempo liminale, un in-between, dove si sospendono le normali condizioni dell’interazione e prende vita un incontro tra persone. In quest’ottica il laboratorio propone la sperimentazione di giochi, esercizi ed esperienze di teatralità, intesa come arte del corpo e della relazione, per poi cercare le premesse di metodo che possono fare delle arti un’esperienza non solo di spettatorialità, ma anche di attoralità e autoralità. Meglio, di co-autoralità.

Conduce: Giulia Innocenti, docente all’Università Cattolica di Milano, esperta di teatro sociale, si occupa di ricerca, formazione e intervento sociale. Discussant: Carola Maternini, attrice e conduttrice di laboratori teatrali, collabora con Progetto LAIV – Fondazione Cariplo. 

12 | Medi@azioni: sull’uso creativo dei new media come strumenti di cittadinanza attiva
Immaginazione/creatività
Laboratorio multidisciplinare

Partendo dal racconto delle pluriennali sperimentazioni del  Centro Steadycam e del progetto Display – http://centrosteadycam.it/display/ – che punta a lavorare con la media education per promuovere cittadinanza digitale, soprattutto attraverso la produzione e diffusione di prodotti mediali, il gruppo di lavoro potrà progressivamente confrontarsi sulle tematiche proposte attraverso il lancio di alcune suggestioni muovendosi tra diverse coppie di parole, che possono far riflettere su come utilizzare i media digitali per promuovere partecipazione e cittadinanza con le nuove generazioni.

ConduceChristian Gretter, rete “Cose da fare con i giovani”, responsabile dello sviluppo della Labirinto coop sociale di Pesaro. DiscussantValentino Merlo, educatore, lavora all’ASL CN 2 dove si occupa del progetto Display. 

13 | Quando le storie vanno in porto: la narrazione come pratica di emancipazione
Immaginazione/narrazione
Laboratorio e analisi di un’esperienza

Volete incontrare dei lupi che parlano e mangiano patatine fritte con il ketchup o assaltare la città insieme a una banda di pirati? Allora non potete perdervi l’arrivo della Ciurma del Porto! Da quasi 10 anni, Macramè cooperativa sociale utilizza la scrittura come strumento di crescita nel percorso di autonomia di ragazzi e ragazze. Da questa scelta è nata una scuola di scrittura per adolescenti, un circolo (Porto delle storie) e una valanga di pubblicazioni. Conosceremo la loro storia e insieme sperimenteremo le innumerevoli potenzialità della scrittura. A chi partecipa serviranno due ingredienti: la fantasia e la convinzione che scrivere insieme a qualcuno sia meglio – e più divertente – che farlo da soli.

Conduce: Sonia Bellaresponsabile delle politiche giovanili cooperativa Lotta contro l’emarginazione a Sesto San Giovanni, docente all’Università Milano Bicocca, divoratrice di libri e innamorata di storie. DiscussantLeonardo Sacchetti, ragioniere, educatore, storico, skater, giornalista, babbo e appassionato di viaggi spaziali. 

14 | Quando la memoria degli altri incontra le mie domande
Immaginazione/memoria
Gruppo di analisi di un’esperienza

Memoria e impegno sono pilastri fondanti dell’associazione Libera. L’uno legato all’altra: non ci può essere impegno senza la valorizzazione della memoria; non vi può essere riconoscimento della memoria, se non attraverso l’impegno per la giustizia. In fondo perdere il passato significa perdere il futuro”: chi smarrisce le origini, fatica a riconoscersi nell’oggi e ad aprirsi al domani. La memoria poi di culture abusanti mafiose e di poteri dominanti spinge a un futuro altro, alimenta il senso politico del vivere, impegna nella trasformazione. Ma come riconoscere il significato politico insito nelle tante memorie che attraversano le vite?

ConduceMichele Gagliardo, rete “Cose da fare con i giovani”, responsabile area formazione di Libera. DiscussantDaniela Marcone, vice-presidente nazionale di Libera e Mirco Zanoni, coordinatore culturale Istituto Alcide Cervi. 

15 | L’economia circolare per immaginarsi un futuro altro
Immaginazione/cura del mondo
Gruppo di approfondimento

Economia circolare e riuso implicano la capacità di vedere possibilità dove altri vedono solo scarti. Nel corso del laboratorio potremo scoprire che dove pensiamo che ci manchino delle cose, in realtà a mancarci è solo l’immaginazione che ci permette di riconfigurare situazioni e processi. Lavoreremo insieme a inquadrare la situazione odierna, a considerare casi di successo italiani e, infine, a individuare l’occorrente, in termini di organizzazione e di competenze, per trasformare ciò che immaginiamo in possibilità concreta. Lo faremo alternando racconto, elaborazione da parte del gruppo e confronto.

ConduceDebora Nicoletto, sociologa, funzionaria Ufficio Politiche giovanili della Provincia autonoma di Trento. Discussant: Antonio Castagna, formatore manageriale che da circa dieci anni si occupa di riuso ed economia circolare. 

16 | Un esercizio di immaginazione comunitaria per ripensare uno spazio di socialità
Immaginazione/rigenerazione
Gruppo di analisi di un’esperienza

A partire dall’esperienza di rigenerazione di un Centro giovani (a Fabbrico, in provincia di Reggio Emilia), in cui preadolescenti e adolescenti del territorio hanno prima immaginato e poi trasformato lo spazio insieme a volontari di tutte le età, sulla scia di sogni, fantasie, esigenze, passioni ma anche di spiazzamenti e sorprese, il gruppo indagherà gli apprendimenti e gli elementi di trasferibilità, riflettendo sulle attenzioni metodologiche e sui i perni che rendono possibili esiti come quello.

ConduceStefano Carbone, consulente, formatore, esperto di sviluppo di comunità. Discussant: Stefano Laffi, ricercatore presso l’Agenzia di ricerca sociale Codici, tra le sue pubblicazioni vanno segnalate: “La congiura contro i giovani“ e “Quello che dovete sapere su di me”. 

17 | Quello che non ho non è una mancanza
Immaginazione/rigenerazione
Gruppo di analisi di un’esperienza

A partire da alcune esperienze di luoghi re-inventati dopo periodi di vuoto/mancanza/crisi, proveremo a mettere a tema quali sono le “condizioni” relazionali, gruppali, organizzative e comunitarie, insieme a quali “scelte metodologiche” permettano di alimentare nelle diverse situazioni una possibilità di immaginazione che genera sviluppo e tesse nuovi legami sociali in una prospettiva comunitaria. Rigenerare non significa solo riaprire una porta rimasta chiusa, ma disporsi appunto a nuovi legami, a incontri inattesi, trasformando così uno spazio in un luogo ad alto tasso di intensità relazionale, con quel che implica di imprevedibilità progettuale.

Conduce: Michele Marmo, animatore sociale e culturale, presidente di Associanimazione, co-fondatore di Vedogiovane coop sociale e dell’agenzia formativa Finis Terrae a Borgomanero. DiscussantFrancesca Paini, cooperatrice sociale per lavoro e vocazione, ha fatto della riqualificazione di beni/esperienze dismesse un ambito privilegiato di lavoro territoriale a Como.

18 | Progettare spazi collaborativi di nuova generazione
Immaginazione/rigenerazione
Laboratorio sugli spazi

L’ambiente influisce sul benessere personale e sulle relazioni, eppure nel progettare servizi e attività spesso vengono trascurate proprio le componenti legate al luogo, al suo contesto, alle sue caratteristiche. Per promuovere rigenerazione sociale e immaginare insieme ai giovani, si rivela importante curare la consapevolezza rispetto ai luoghi. Nel gruppo proporremo un “assaggio” di ricerca partecipata, per mettere gli spazi al centro della riflessione creativa: che rapporto abbiamo con lo spazio? quanto gli ambienti in cui operiamo sono spazi con un’intenzionalità? quali sguardi per immaginare possibilità dove si vedono solo vincoli?

ConduceFrancesco Caligaris, Laboratori Bibliosociali e comitato di redazione di Animazione Sociale. DiscussantStefano De Stefani, presidente coop sociale Il Raggio Verde, direttivo di Associanimazione, coordina progetti per i giovani tra le province di Padova, Rovigo e Venezia.

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Nei cantieri della città del noi/3

PROFESSIONI E ORGANIZZAZIONI
AL SERVIZIO DELLA COMUNITA’

Bari, 10 – 11 dicembre 2018

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Oggi, in tessuti sociali fragili, sfibrati da paure e rancori, le professioni del welfare stanno provando a riposizionarsi. Consapevoli che non è più tempo di lavorare ognuna nelle proprie «stanze professionali», ma occorre mettere in gioco il proprio sapere. Per costruire comunità capaci di far fronte a fatiche, povertà e disuguaglianze.

Quando il partner è la biblioteca – I relatori

RELATORI E CONDUTTORI DEI GRUPPI I LAVORO

Corrado Alberti è direttore della Biblioteca civica del Comune di Carugate (Mi), all’interno del Centro socioculturale Atrion.

Massimiliano Anzivino, psicologo, consulente di progettazioni di comunità, è coordinatore dei Laboratori Bibliosociali.

Alessandro Bertoni, già direttore del sistema bibliotecario dell’Università “Ca’ Foscari” di Venezia, è consulente in progetti bibliotecari e culturali.

Enzo Borio, direttore della Biblioteca civica e responsabile dell’Area dei servizi alla persona presso il Comune di Beinasco, è presidente del Comitato esecutivo regionale dell’AIB-Piemonte.

Francesca Caderni è presidente della cooperativa EDA Servizi di Firenze, che si occupa di cultura (biblioteche, archivi, musei e soluzioni innovative per l’utilizzo dei beni culturali) in vari Comuni toscani.

Francesco Caligaris, redattore editoriale e animatore socioculturale, è coordinatore dei Laboratori Bibliosociali.

Catia Cavatorti, psicologa e counselor, è operatrice della cooperativa sociale Re.Search di Reggio Emilia.

Cecilia Cognigni è responsabile Area servizi al pubblico, attività culturali e qualità e sviluppo delle Biblioteche civiche torinesi e fa parte della Commissione nazionale Biblioteche pubbliche dell’AIB.

Franca De Ponti, direttrice della biblioteca comunale di Paderno Dugnano, è membro del pool del CSBNO – Culture Socialità Biblioteche Network Operativo (ex Consorzio Sistema Bibliotecario Nord Ovest).

Sergio Dogliani è ideatore e direttore (Deputy Head, per l’esattezza) di Idea Store a Londra.

Rosario Esposito La Rossa, scrittore, ha fondato e gestisce la libreria “Scugnizzeria” nel quartiere di Scampia a Napoli.

Franco Floris, pedagogista e formatore, fa parte della direzione di Animazione Sociale.

Rosa Maiellodirettore della Biblioteca di Ateneo dell’Università “Parthenope” di Napoli, è presidente nazionale dell’Associazione italiana biblioteche.

Andrea Marchesi, formatore e consulente, lavora come pedagogista e responsabile del personale presso la cooperativa Libera Compagnia di Arti e Mestieri Sociali di San Giuliano Milanese e insegna presso l’Università di Milano Bicocca.

Enrica Meregalli è responsabile della Biblioteca civica di Brugherio (MB).

Lauro Menozzi è direttore dell’Associazione Pro.Di.Gio Progetti di Giovani, un’associazione di Comuni dell’area nord della Provincia di Reggio Emilia.

Alfonso Noviello, è responsabile della collezione documentaria e referente del servizio giochi del Multiplo di Cavriago (RE).

Antonella Parigi è assessore alla Cultura della Regione Piemonte.

Stefano Parise è direttore dell’Area biblioteche del Comune di Milano.

Alessio Pavarallo è direttore della Biblioteca civica Don Milani di Torino.

Loredana Pilati è direttrice della Biblioteca civica Giovanni Arpino di Nichelino e membro del Comitato esecutivo regionale AIB-Piemonte.

Eugenio Pintore è responsabile del Settore biblioteche, archivi e istituti culturali della Regione Piemonte.

Laura Pompeo è assessore alla Cultura del Comune di Moncalieri e presidente dello Sbam (Sistema bibliotecario dell’area metropolitana torinese).

Ennio Ripamonti, psicosociologo e formatore, è presidente della società di consulenza Metodi Asscom&Aleph di Milano e insegna all’Università di Milano Bicocca.

Diego Sarno è assessore a Cultura e sport – Industria e artigianato – Urbanistica e edilizia privata – Legalità, trasparenza amministrativa, anticorruzione e affari legali – Innovazione tecnologica presso il Comune di Nichelino.

Gianni Stefanini è direttore del CSBNO – Culture Socialità Biblioteche Network Operativo (ex Consorzio Sistema Bibliotecario Nord Ovest), un’azienda speciale consortile, che riunisce 32 Comuni della Città Metropolitana di Milano e comprende 60 biblioteche.

Mavis Toffoletto è responsabile dell’Emeroteca Tomizzi e del Progetto biblioteca diffusa di Trieste.

Giampiero Tolardo è sindaco del Comune di Nichelino.