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Senza categoria

3 | 2020

Il futuro riparte nei territori

Siamo entrati nella «fase 2». La fase della cosiddetta ripresa. Questo numero offre idee e indicazioni per procedere in questa direzione. 

Stiamo muovendo i primi passi nel tanto atteso «dopo». Quello in cui dicevamo che nulla sarebbe stato come «prima». Un tempo segnato dall’ambivalenza: da un lato il desiderio di ripristinare la normalità infranta, dall’altro il sentimento che la normalità andrà ricostruita. Non potrà essere quella di prima, i giorni dell’emergenza ci hanno cambiato, hanno mutato il quadro socio-economico. 

Troppo dentro e troppo fuori – Il disagio degli educatori scolastici

scarpedi Antonino Giarraffa |

Ho cominciato la professione di educatore nel 2010, quando spostandomi dalla mia città Palermo sono approdato in un paesino del lodigiano per prendere servizio in una comunità di recupero per tossicodipendenti. Sono stati due anni che hanno contribuito a una crescita professionale ma anche umana, terminata nell’estate 2012. Nel settembre approdo nel mondo dell’assistenza educativa scolastica, seguo due bambini di quinta elementare con patologie molto differenti, praticamente due opposti. In questo nuovo setting mi sento molto più a mio agio.

I ragazzi ci stanno insegnando a stare nel buio – Diario da una comunità minori

human-2136095_1920dell’équipe educativa comunità “Alibandus” |

…Che male c’è a essere normali… Magari non è la vita che volevi fare, ma è la tua ed è proprio per questo che devi renderla speciale…

(Fino a due mesi fa) Ore 7.27 mettiamo su la moka, Antonio è già partito, Lorenzo stiamo cercando di farlo uscire dal bagno perché è in ritardo come ogni venerdì, i piccoli iniziano a fare scorribande per la casa. Apriamo il balcone, è una bella giornata.

Come se tutto fosse, ma non è più – Una comunità in viaggio tra le risaie

IMG_4593Educatori della comunità casa famiglia “Spirito Santo” | 

Leggendo le testimonianze di #RaccontaIlTuoServizio, oltre alle emozioni che spontanee sono affiorate, ci vediamo rispecchiati nella fatica e nella ricchezza che questi strani giorni ci stanno portando. Così è scaturito in noi il desiderio di portare la nostra esperienza di educatori di questa parte d’Italia, a metà strada tra Milano e Torino.

La nostra Comunità educativa, immersa tra le risaie nella piatta e silenziosa pianura padana, è costituita da un grande edificio che ospita due unità abitative: “Children” dove abitano i piccoli e “Linfa” dove abitano gli adolescenti.

Sviluppare una pratica dell’attenzione

Quel che il teatro può insegnare al lavoro sociale

Intervista a Gabriele Vacis a cura di Roberto Camarlinghi

Viviamo nel tempo della distrazione, più connessi nel virtuale che in contatto col reale. Soffriamo della mancanza di tempo e ci sentiamo in dovere di correre ancora più in fretta. Rischiamo di scivolare sulle cose senza farne esperienza, in organizzazioni che propongono sempre nuove urgenze.

C’è ormai un’ampia letteratura che documenta la condizione dell’uomo contemporaneo, sempre più in balia del mondo là fuori, sempre meno in contatto con sé, gli altri, le cose. Una condizione insostenibile per l’operatore sociale, per definizione colui o colei che è chiamato/a ad abitare con consapevolezza le situazioni, se vuole sperare di aiutarle a evolvere.

Allora oggi, prima di qualunque formazione tecnica, c’è una formazione alla “presenza” che va curata: presenza intesa come capacità di stare con attenzione nello spazio-tempo in cui siamo. E nel capire come ritrovare presenza il teatro, con sue pratiche e le sue tecniche, ha oggi tanto da insegnare. Anche al lavoro sociale, educativo, di cura.

Un attore, spiega infatti Gabriele Vacis, tra i più grandi registi di teatro contemporanei, che su questi aspetti ragiona da tempo al punto da aver fondato (con Roberto Tarasco e Barbara Bonriposi) l’Istituto di pratiche teatrali per la cura della persona, «ha prima di tutto necessità di essere presente a se stesso».

Chi ha partecipato al Social Festival lo scorso novembre ha avuto modo di sperimentare direttamente queste pratiche nel laboratorio condotto da Vacis nel pomeriggio d’apertura. In quest’intervista, svoltasi per paradosso in una trattoria torinese piena di rumori e distrazioni, gli abbiamo chiesto di illustrarci il suo pensiero.

Il Teatro oltre il teatro

Il progetto del vostro Istituto è applicare le tecniche del teatro alla cura della persona. Ci puoi illustrare il nesso tra teatro e cura?

Tutta la storia del teatro del ʼ900 tende a comprendere le possibilità di applicazione del teatro oltre il teatro. I grandi maestri del ʼ900 – da Stanislavjki a Grotowski a Mejerchol’d – hanno lavorato a cercare il teatro oltre lo spettacolo. E quindi nel secolo scorso si sono messe a punto una serie di tecniche che contengono la psicanalisi, l’analisi bioenergetica di Alexander Lowen e così via.

Queste tecniche, che si sono rivelate utili in termini di formazione dell’attore, si rivelano oggi utilissime per la formazione della persona. Al punto che il teatro ha ormai più a che fare con la cura della persona che con lo spettacolo. I grandi artisti di oggi lavorano con ragazzi, adolescenti, disabili, anziani, con categorie di persone che usano il teatro come terapia. È questa la loro poetica: una poetica di inclusione.

Al centro delle pratiche dell’Istituto c’è una parola, «awareness», che contraddistingue la tua poetica. Possiamo tradurla con «consapevolezza»?

Awareness per gli inglesi non è proprio consapevolezza come in italiano. In italiano consapevolezza è quella del cervello, che gli inglesi traducono con consciousness. L’awareness implica qualcosa di più: è una consapevolezza di tipo psicofisico, è la capacità di essere presenti a se stessi e alle cose. Di questo tipo di consapevolezza c’è oggi gran bisogno e le pratiche del teatro permettono di svilupparla. Del resto il teatro è – fondamentalmente – presenza.

Come sai, l’estate scorsa abbiamo promosso il primo awareness campus (1). Nel campus l’intento è costruire un ambiente in cui le persone possano stare, e stare consapevolmente. Il metodo di apprendimento si fonda sull’esercizio costante e rigoroso di pratiche di consapevolezza come la «Schiera», che è un modo per costruire la propria presenza e per riflettere sullo spazio e sulle relazioni.

Per me il campus è stata un’esperienza sorprendente, non pensavo ci fosse una necessità così profonda, a tanti livelli, anche di chi opera nel sociale. Al campus hanno partecipato psichiatri, sociologi, fisioterapisti, educatori, antropologi sociali… C’erano anche attori o aspiranti tali ovviamente – d’altra parte avevamo messo l’annuncio sul sito del Teatro Stabile di Torino. Però l’awareness campus non è una scuola per preparare attori, ma per apprendere una pratica dell’attenzione.

Abbiamo invitato anche gruppi di persone con disabilità psichica, con cui abbiamo lavorato un’intera giornata. Di norma gli interventi che si fanno negli ambiti della disabilità sono molto centrati sulla socialità, sullo stare insieme, sul giocare. Ma un lavoro specifico mirato al rapporto corpo-mente, centrato sulla consapevolezza di sé, è pochissimo praticato. E se lo fai con le pratiche del teatro, ottieni risultati sorprendenti in brevissimo tempo

La pratica della «schiera»

Hai parlato della pratica della Schiera, in cosa consiste?

Consiste nel camminare avanti e indietro per molto tempo e in modo sincronicamente perfetto con le altre persone. Il grownding di Lowen è il punto di partenza. Sai cos’è il grownding? È stare con i piedi per terra; avere consapevolezza che tu stai in piedi; che i tuoi piedi arrivano lì; che le tue mani arrivano lì; che tu hai le mani; che tu hai i piedi; che quando parli gli altri ti ascoltano; che quando parli dici delle cose. E tutto questo lo fai con consapevolezza. Tutto questo noi lo sviluppiamo attraverso la Schiera.

Ho iniziato a lavorare sulla Schiera molto tempo fa. In Elementi di struttura del sentimento, uno spettacolo che ho fatto nel 1984, c’era una scena da cui è nato l’esercizio. Sei attrici camminavano dal fondo del palcoscenico al proscenio, facevano una piccola azione e poi tornavano indietro. Il ritmo cresceva su una musica che durava più di sei minuti, e il movimento diventava parossistico. Quella scena nel tempo si è trasformata in esercizio.

La Schiera base si fa così: tu ti metti di fianco a un altro, si fa una fila, si cammina insieme. All’inizio in silenzio. Sono dodici passi avanti, dodici passi indietro e così via. L’obiettivo di questo esercizio è trovare un’unità di presenza tra le persone che camminano, escludendo ogni movimento non strettamente necessario a camminare naturalmente. La ripetizione regolare dei dodici passi perimetra, delimita, misura lo spazio. Le persone che camminano definiscono così un ambiente fisico. Il tempo con cui i passi della serie si succedono costituisce il ritmo dell’esercizio.

Poi la Schiera si evolve. La seconda fase si fa con il metronomo, e lì vai sul ritmo, devi stare dentro alla battuta del metronomo. E via via crei quello che diventa nel corso del tempo un movimento comune. La Schiera a un certo punto diventa respiro comune. Stai con gli altri oltre che con te stesso. Sono pratiche che all’inizio sembrano semplici e poi diventano sempre più complesse. Ma sono già difficili quelle base.

La prima difficoltà la incontri quando devi voltarti, invertendo la direzione di marcia. Il problema è non sbandare, mantenere l’equilibrio. Ecco perché è necessario sapere esattamente quali muscoli vanno attivati e quali rilassati per ottenere il massimo controllo dei propri movimenti, ma anche la massima fluidità. Camminare togliendo tutto quello che non è strettamente necessario a camminare è difficilissimo.

Nel grounding tu devi mettere le radici, qui si tratta di camminare mantenendo le radici; cioè tenendoti in contatto con gli altri, oltre che con te stesso naturalmente. È un allenamento che in ambito teatrale aiuta a formare un attore consapevole, autore della propria presenza in scena: perché l’autore di uno spettacolo teatrale non è mai una persona, ma un ambiente, l’ambiente che si determina dalla relazione tra le persone. In ambito non teatrale è un allenamento ugualmente utile: allenarsi a essere presenti a sé e agli altri, a porsi in atteggiamento di attenzione.

Fake news ovunque

Perché secondo te diventa importante sviluppare awareness, cioè presenza, attenzione, in questo momento storico?

Per comprendere quello che accade. Non capire – che rimanda ancora una volta al solo cervello –, ma proprio comprendere – che ha in sé sia il capire che il sentire. Noi oggi abbiamo bisogno di rimetterci in contatto con la realtà. E le pratiche di awareness servono a questo.

Pensiamo alle fake news, alla post verità… Sono tutte articolazioni di un sostanziale distacco dalla realtà, di una sospensione della realtà. Siamo dentro narrazioni spesso assurde, che non hanno nessun contatto con la realtà fattuale. Siamo pieni di notizie false, distorte o inventate, che ci fanno perdere il contatto con le cose, con la nostra esperienza delle cose.

Porto un esempio. A Settimo Torinese, dove abito, c’è il Centro «Fenoglio» che è uno dei più importanti centri di accoglienza nazionali. Nel centro esistono due progetti: uno di prima accoglienza (accoglie i migranti in arrivo dal viaggio in mare), l’altro è un progetto Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) che accoglie 100 persone. Il Centro lo si vede passando col treno che va a Milano.

In questi anni è stato gestito dalla Croce Rossa, non sono mai successi disordini o violenze. Proprio per questi motivi, da qualche tempo è oggetto di un’attenzione positiva. I media hanno cominciato a parlarne dicendo «ci sono strutture che funzionano». Questo ha acceso i riflettori sulla presenza dei migranti, finendo col creare tensioni negli abitanti limitrofi.

Non che siano accaduti fatti gravi, nel frattempo. Ma ora la gente chiama in Comune dicendo «‘sti immigrati, sempre per strada a fare nulla». Per strada s’intende un telefono pubblico, dove questi ragazzi vanno in dieci-dodici e si crea un capannello. E la gente adesso li nota e dice «cavolo, ci sono gli immigrati!». Prima c’erano lo stesso, però siccome i giornali e la tv non ne parlavano la gente non e ne accorgeva. Adesso li vedono perché qualcuno glieli ha fatti vedere. Perché per vedere qualcosa abbiamo bisogno che prima sia visto in televisione ormai.

Oggi abbiamo un tipo di consapevolezza della realtà che è molto mediata da filtri che hanno interesse a creare narrazioni allarmistiche.

Per carità, è sempre stato così. Abbiamo sempre avuto bisogno di qualcuno che ci dicesse «guarda lì»: il maestro, il farmacista, il medico, il prete… E se qualcuno dice «guarda lì» la gente guarda lì. E cosa dice la gente? Dice quello che ha sentito ieri sera in tv. E quello che ha sentito ieri sera in tv è che «quello è un problema?». Ma perché?!

Qualche tempo fa ho fatto un film sulla paura, La paura siCura, in cui volevo raccontare le paure del presente. Sono partito immaginando che tutti mi dicessero «abbiamo paura degli immigrati». E invece su 300 colloqui fatti nessuno mi ha detto «abbiamo paura degli immigrati». Perché? Perché ho fatto domande che richiedevano come risposta delle storie.

Se tu noti, sui mass media nessuno fa mai domande che richiedano come risposta delle narrazioni. Tutti parlano di narrazione, ma nessuno fa narrazione. È rarissimo. Perché la narrazione è un’altra cosa dalle opinioni.

Nella narrazione parti da te, dalla esperienza che hai tu delle cose, no?

Sì. Se io ti chiedo «cosa pensi dell’immigrazione?», tu mi dirai quello che hai sentito ieri sera in tv. Se invece ti chiedo «ti sei mai trovato di fronte a un immigrato? Quando? Dove? A che ora? Che cosa ti è successo? Che cosa hai fatto? Che cosa avete fatto?», nella maggior parte dei casi la risposta è «mai», perché le relazioni sociali sono pochissime.

Allora se ripartissimo da lì, forse qualcosa di più comprenderemmo. Ma se continuiamo a ripeterci opinioni escludendo le storie, se continuiamo a dire che raccogliamo storie quando in realtà raccogliamo opinioni, be’ non ne usciamo. Perché continueremo ad approcciare l’immigrazione in modi che non cercano la soluzione del problema, ma che sono il problema.

Gli operatori che lavorano nei centri di accoglienza – negli Sprar, nei Cie – vivono in prima persona questa contraddizione. Perché si ritrovano a dover gestire un fenomeno di contenzione rispetto a persone che non hanno compiuto reati, e quindi perché dovrebbero essere in un luogo di contenzione? Qualunque cosa facciano è viziata da questo problema di fondo. E quindi c’è un burn out continuo. Ma forse è l’Italia a essere in burn out. Siamo un paese in burn out, forse l’Occidente è in burn out. È tutto qualcos’altro, c’è sempre qualcos’altro. Non è mai possibile considerare una questione, affrontare un problema per quello che è. Per questo diventa importante oggi acquisire consapevolezza dell’esserci, imparare a prestare ascolto a quello che accade, a dove si è, a chi si ha davanti.

Il teatro è presenza

Dicevi che il teatro è fondamentalmente presenza, per questo le sue pratiche aiutano ad allenare la capacità di essere presenti a sé, agli altri, alle cose. Puoi spiegare di più?

L’attore di teatro è colui che sa ascoltare chi ascolta. Io, mentre adesso ti sto parlando, mi occupo di te che ascolti. Quello che dico, come lo dico, lo dico in relazione a quello che sta accadendo qui e alla persona che tu sei. Tengo conto di tutto questo. Le pratiche e le tecniche del teatro hanno sviluppato queste conoscenze, che sono utilissime per gli operatori sociali, per gli insegnanti, per i preti, per tutti!

Chi ha questo tipo di formazione l’ha sempre utilizzata per lo spettacolo. Che va bene, non è che adesso dica «basta spettacolo». Però in questo momento mi interessa di più la loro applicazione per la cura della persona. E queste pratiche oggi sono sconvolgenti: perché lo scollamento sociale, la difficoltà di stare nelle situazioni, nei luoghi di lavoro, tutto questo è l’esito del totale non ascolto. A fronte tra l’altro di una continua invocazione all’ascolto!

I pedagogisti dicono che bisogna ascoltare i giovani; i preti dicono che bisogna ascoltare i fedeli; i politici dicono che loro ascoltano il territorio. Ma nessuno, a ben guardare, ascolta nessuno. Questa è la cosa per me sconvolgente. Vedi quello che succede in questa sala adesso? Ci sono stati dei lampi fuori. Guarda che eccitazione c’è per questa cosa. È normale? Io sono costretto a parlare a un volume molto alto, perché tutti stanno parlando a un volume altissimo; e sto usando un volume appena sufficiente perché tu mi possa sentire, ma non più alto di quello, perché sennò parteciperei a questa follia che stiamo vivendo adesso. Non è una gran follia, però è una follia a suo modo, no?

[Un cane abbaia, i camerieri si muovono tra i tavoli in modo frenetico]

Vedi come si muovono? Vedi come si muove il cameriere? È così, dappertutto. Si è alzato il volume di tutto. Va bene. Però credo che ci sia la necessità di creare posti dove non si alza il volume. I servizi sociali per esempio: luoghi dove si abbassa il volume! Se no impazziamo.

Quando i politici in televisione dicono «bisogna abbassare i toni» lo dicono quasi sempre in modo provocatorio. Perché se io e te stiamo discutendo animatamente e ti dico «oh stai calmo, abbassa i toni», ti faccio incazzare tantissimo, no? Aumento i toni, non li abbasso. E che poi ogni tanto intervenga il presidente della repubblica o il papa a dire «bisogna abbassare i toni» – e loro lo dicono sinceramente perché davvero desiderebbero che si abbassassero i toni – non cambia nulla perché il loro invito conta come tutti gli altri che lo dicono provocatoriamente.

Quindi c’è oggi un innalzamento di volume generalizzato che ci mette in una condizione di difficoltà di comprendere. Di comprendere noi, gli altri, ciò che accade intorno. Ecco perché continua a essere necessario il teatro; perché, come ti dicevo, il teatro è il luogo in cui chi parla può ascoltare chi ascolta. E in cui chi ascolta è presente nello stesso tempo e nello stesso spazio di chi parla. In quell’ascolto reciproco accade il teatro.

Il teatro avviene nella relazione tra le persone. Mentre per un film, un libro, un quadro, c’è qualcuno che crea, in un altro tempo e in un altro spazio, e poi qualcun altro che fruisce, il teatro è proprio il luogo in cui chi parla e chi ascolta possono essere autori, insieme, dell’accadimento. Questo insieme è l’ambiente. Le tecniche del teatro creano e si prendono cura di queste condizioni, di questo contesto. E oggi c’è un gran bisogno di creare queste condizioni, di istituire questi luoghi…

La lezione dei dervisci tourneur

Luoghi – dici – in cui abbassare il volume, in cui comunicare ascoltando chi ti ascolta e creare insieme a lui azioni condivise. Mi sembra un’ottima sintesi di quello che dovrebbe accadere nei luoghi dell’aiuto, della cura, dell’educazione, della formazione.

Oggi tutto tende al rumore. Anche a scuola, anche negli oratori. Dove sono i luoghi in cui ascolti, in cui stai consapevolmente con gli altri? Per me ormai questo è il problema sociale.

Prendiamo la scuola. Non so se avete visto il film di Cantet, La classe. Il regista è stato per un anno scolastico con questa classe e lo racconta. Il film termina con il professore che, nell’ultima lezione prima delle vacanze, chiede agli studenti: «Cos’avete imparato?». Una ragazzina, che è sempre stata in disparte, gli dice: «Io non ho imparato niente». «Come? Non è possibile… tu hai imparato quanto i tuoi compagni». «Sì, ma io non capisco». «Non capisci che cosa?». «Non capisco che ci facciamo qui…». Guarda che questa è la domanda, veramente. La domanda che troppo spesso, nell’ansia di rispettare il programma, viene zittita.

Adesso sembra che il dibattito sia se aggiungere o no un anno all’obbligo scolastico per insegnare il secondo ʼ900. Cioè i principali intellettuali di questo Paese discutono se allungando la scuola si riuscirà a studiare Pasolini oltre a Leopardi. Per carità, Pasolini è importante, ma non mi pare questo il problema della scuola. Il problema è che ci sia qualcuno che ti ascolta mentre ti parla: nello stesso tempo. Questa dovrebbe essere per gli insegnanti la materia di insegnamento. La prima. E dopo i programmi.

I programmi… Io insegno alla Cattolica, le conosco quelle facce. Guardo in aula gli studenti e dico «perché siete qui? Perché siamo qui?». Io cerco di ascoltarli mentre sto parlando. E mi sforzo di capire a cosa gli può essere utile il fatto che siamo insieme lì in quell’ora. Dove devo andare? In che direzione? Di che cosa hanno bisogno? E non smetto di ascoltarli, perché un attimo dopo, anche in relazione a quello che ho appena detto, cambia quello di cui hanno bisogno.

Questo è un esercizio importante. Questo è quello che bisognerebbe insegnare a scuola.

L’insegnare, così come l’educare o l’aiutare, sono continuamente presenza. È continuamente essere presenti. Sai i dervisci tourneur, i dervisci rotanti, quando entrano in scena cosa si augurano? Quando gli attori italiani entrano in scena si dicono «merda, merda, merda». È un modo di dire che nasce nel ʼ700 quando il pubblico andava a teatro a cavallo. Se davanti al teatro c’era tanta merda, voleva dire che c’era tanto pubblico.

I dervisci tourneur, invece di dirsi merda, si dicono «sii presente a te stesso». E scusa, io sto con i dervisci, non ho un attimo di dubbio! Ma quello che mi preoccupa è che tutta la cultura… è una cultura di merda! Nel senso che bada all’incasso. Che va bene, ci mancherebbe. Però i dervisci si dicono «sii presente a te stesso». Allora perlomeno trovare un equilibrio non sarebbe male. E invece questo equilibrio non c’è.

Pensando agli operatori sociali, oggi si trovano a lavorare in spazi organizzativi di grande alienazione. Dove non solo si fa fatica a essere presenti a se stessi, ma dove sembra che meno si è presenti meglio si riesca a reggere. Allora la proposta che fate è forte. Chiedersi «che cosa ci facciamo qui al Serd? Cosa faccio io coi miei utenti?», sono domande in apparenza banali, in realtà dirompenti.

Dirompenti perché rompono routine, ma rigeneranti perché non è vero che estraniarsi sia la risposta all’alienazione. Prova ne è il burn out. Meglio per un operatore sforzarsi di comprendere: comprendere cosa sta facendo lì, con quelle persone. Altrimenti viene meno la sua funzione di cura, di aiuto.

Quando facciamo il campus, quello che è interessante è che si crea un ambiente. Qualunque cosa stia accadendo in quel momento lì, accade in attenzione. È qualcosa in cui tutti sono presenti. E tutti quelli che entrano lì si guardano intorno e dicono «cosa succede?». E ci mettono un attimo a capire «ah, tutte le persone che sono qui sono qui». E questa è la cosa interessante secondo me: creare un ambiente in cui tutte le persone che sono lì sono ; e fanno quello che stanno facendo in quel momento lì. Sono consapevoli insomma di essere lì.

Questa è la awareness alla quale mirano le pratiche teatrali: un lavoro di consapevolezza di sé. Non per diventare altro da sé – noi non lavoriamo sugli aspetti mimetici del teatro, che pure sono sacrosanti; non lavoriamo cioè su quella parte del teatro che è interpretare un personaggio. Lavoriamo su quella parte del teatro che è la presenza, e che è preliminare all’altra. Perché per stare in scena un attore deve anzitutto essere presente a se stesso. Poi potrà decidere di fare teatro mimetico, potrà decidere di fare teatro sociale nelle periferie urbane, potrà decidere di impiegare le tecniche del teatro per l’integrazione delle persone disabili. Ma prima deve avere questa consapevolezza di sé, che è alla base del teatro di ogni tempo.