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Editoriali 2019

2 | 2019

Elevare argini all’odio di prossimità

«Capire il presente è un compito necessario per chi fa l’operatore sociale. Perché il lavoro sociale si colloca dentro un progetto di società – una società in cui trovino cittadinanza valori come la dignità, l’uguaglianza, la fraternità. Pertanto, come professionisti-cittadini, non possiamo esimerci dal rilevare quanto i movimenti tellurici della società la stiano trascinando via dagli orizzonti culturali e politici che legittimano la nostra funzione.

“Che ne è del lavoro sociale
in un Paese che sdogana la
ferocia e invita ad armarsi?”

Da questo punto di vista, c’è oggi da essere preoccupati. Gli ultimi dieci anni di crisi economica hanno diffuso precarietà, la precarietà ha generato paura, la paura ha prodotto rancore e ora il rancore sta virando in cattiveria. Mentre scriviamo queste righe i giornali riportano le cronache del quartiere di Torra Maura, ghetto alla periferia di Roma, dove gli abitanti hanno reagito con violenza al trasferimento di una settantina di rom in un centro di accoglienza. Un episodio emblematico per tante ragioni. Perché mostra come l’intolleranza cresca dove le persone si sentono abbandonate: dalle istituzioni, dalla politica, forse anche dal lavoro sociale. «Non si comprende il rancore se non si guarda in faccia la disperazione», scrive il Corriere della Sera (3 aprile). Emblematico perché ci dice come gli scontri di Tor Sapienza di quattro anni fa non abbiano insegnato nulla: le ricette della Commissione d’inchiesta sulle periferie (un miliardo di investimenti l’anno per dieci anni e un’agenzia nazionale che li coordini) sono rimaste inascoltate. Emblematico perché la reazione contro i rom prende forma dentro un continuo racconto sul mondo che vede nell’altro il predone. L’odio di prossimità infiamma così le periferie ma cova sempre più anche nei ceti medi impoveriti. Capire il presente non è oggi un esercizio intellettuale, ma è la premessa per cambiare passo. Perché un Paese che sdogana la ferocia, e che sta invitando i suoi cittadini ad armarsi contro gli altri, non è una buona idea di Paese.

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1 | 2019

Avete mai fotografato la «città del noi»?

«In questi anni un’espressione ha accompagnato i percorsi di ricerca svolti dalla rivista e culminati in convegni, appuntamenti nazionali, Social Festival: la «Città del Noi». La città perché simbolicamente è il luogo delle vite individuali e collettive. Oggi le città sono delicati esperimenti dove si prova a comporre le tante diversità, tra pulsioni a escludere e tensioni a tener dentro. Dentro i tessuti locali (dei centri medio-grandi come dei paesi più piccoli di cui è fatta l’Italia) gli operatori sociali sono chiamati a essere anime pensanti e desideranti, riscoprendo lungo questa via la politicità (da polis = città) del proprio agire.

“Da questo numero la foto
di copertina metterà in scena
una visione di città.”

Del noi perché questa dimensione è oggi fragile, dunque da rifornire continuamente. Non pochi interpreti dell’oggi parlano di «morte del prossimo», di «crollo del noi», di «prossimità da reinventare». Il crescente disordine globale rende precarie le nostre vite e le induce al ripiegamento. Una reazione comprensibile ma miope, perché dimentica − come ci ricorda Ivo Lizzola in questo numero − che solo aumentando la rete dei legami e delle interdipendenze possiamo sperare di metterci in sicurezza. Chi invece pensa di costruire un riparo per sé tenendo distanti gli altri non fa che alimentare paranoie, sfiducie, dunque insicurezza. A partire da questo numero abbiamo deciso di avviare un’operazione: visualizzare la città del noi. La foto di copertina sarà il luogo di una ricerca fotografica che tenterà, numero dopo numero, di mettere in scena volti, situazioni e momenti di questa visione di città. Una città capace di contrastare solitudini e rigenerare socialità: dove le persone si riconoscono appartenenti a una «comunità di destino», fatta di uomini e donne che condividono l’avventura di abitare questo tempo. Un tempo esigente, che se affrontato da soli diventa una condanna, se con altri una sfida possibile. Ai lettori chiediamo di inviarci le foto della loro città del noi: animazionesociale@gruppoabele.org.

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