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Editoriali 2018

9 | 2018

Quanto potere diamo alle persone?

«Suggeriamo un filo rosso attraverso cui leggere questo numero: il potere delle persone con le quali e per le quali lavoriamo. I cosiddetti «utenti», «destinatari», «clienti», «pazienti»… Donne e uomini, ragazze e ragazzi, bambine e bambini che accedono ai nostri Servizi, o nelle cui case entriamo, o con i quali la relazione si costruisce nei luoghi informali: la piazza, la strada, il giardino… E che nell’incontro con noi operatori sociali ‒ professionisti dell’aiuto, della cura, dell’educare ‒ dovrebbero poter trarre proprio maggior potere sulla propria vita, ossia capacità, autonomia, soggettività, senso di sé…

“La relazione di cura,
educativa, di aiuto, è sempre
una relazione di potere.”

E allora chiediamoci: quanto potere promuoviamo nell’altro/a con il nostro agire professionale? Quanto protagonismo attiviamo ‒ che significa anche quanto antagonismo dell’altro/a siamo capaci di tollerare? Le nostre progettualità sanno muovere dall’ascolto della sua parola? Sappiamo cedere potere per dare potere, confliggere per ampliare le possibilità di azione e non per imporre il nostro punto di vista? Domande cruciali. La relazione di cura, educativa, di aiuto, è sempre una relazione di potere, dice Roberto Beneduce: può disfare destini o promuovere soggettività. Piero Cipriano individua nella «riluttanza» l’atteggiamento di chi vuole sottrarsi alle tentazioni di sottomissione dell’altro, diffuse in psichiatria ma non solo. Luigino Bruni avvisa: negli interventi sulla povertà partiamo dal pensiero dei poveri, l’idea che i poveri siano soggetti incapaci di pensare è un’idea borghese e sbagliata. Nicola Basile invita nel lavoro con i giovani a «cambiare postura», mettendo al lavoro le loro energie in pratiche collaborative e partecipative. Il testo di Roger Mucchielli è una bussola per animatori/conduttori di gruppi «democratici». La sezione finale esplora il lavoro da fare per l’autonomia dei neomaggiorenni in uscita da percorsi di tutela. Ancora una volta, il tema del potere.

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8 | 2018

Città di paure, città di speranze

«ABari, il 10-11 dicembre 2018 si è svolta la 3a edizione de I Cantieri della Città del Noi. Eravamo in tanti, accomunati da un’idea: lavorare nel sociale è avere a cuore la dignità dei singoli, ma è anche avere a mente un progetto di città: la città del noi. Un progetto complicato in un tempo del «noi contro di loro», ma che certo val la pena perseguire. A partire da una serie di domande che hanno animato il nostro incontrarci.

“Le città oggi sono abitate
da paure. Quanto i servizi sanno,
costruire speranze?”

● Le città oggi sono abitate da paure: quanto i servizi, le associazioni, le cooperative sanno essere costruttori di speranze?
● L’inclusione oggi non è più data dai diritti, ma dall’individuare degli «altri» che diventano i nemici attraverso cui fondare la propria inclusione: stiamo contribuendo a svelare questo gioco disumano?
● La sicurezza sociale oggi si costruisce eliminando la protezione umanitaria e rendendo irregolari le vite più fragili (vedi decreto sicurezza): stiamo rilanciando l’altro progetto di società dentro cui il welfare (nato come dispositivo di sicurezza sociale) è sorto?
● Non è paradossale che, mentre molte aziende che producono beni riproducibili prestano attenzione alla creatività, molte organizzazioni sociali che producono cura individualizzata restino prigioniere dei ferri vecchi del taylorismo?
● In un tempo alluvionato da informazioni irrilevanti, la lucidità è potere, è speranza, è forza di cambiamento: stiamo facendo spazio allo studio, all’approfondimento, per non rischiare di diventare comparse di un copione che non ci appartiene?
● C’è un nesso forte tra la cultura che promuoviamo e la speranza che generiamo: se è la cultura che fa la differenza dei servizi offerti, che libera o opprime la speranza di essere, con la nostra professione, generatori di cambiamenti, non è venuto il tempo di assumere con più forza questa funzione dentro le città?

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7 | 2018

I tempi chiedono la nostra intelligenza

«Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza».
Intelligenza, entusiasmo, forza: le qualità che Antonio Gramsci invitava a coltivare nel 1919, praticamente un secolo fa, rivolgendosi alle classi subalterne perché potessero sperare di cambiare gli equilibri sociali nella direzione di assetti più giusti.
Le stesse qualità che diventa cruciale coltivare oggi, specie da parte di chi (gli operatori sociali) ha come oggetto di lavoro il cambiamento: delle condizioni di vita delle persone, del senso di fiducia in loro stesse, dei climi familiari e sociali, delle opportunità di autonomia che i contesti mettono a disposizione.
Oggi c’è davvero bisogno di tutta l’intelligenza delle professioni sociali, educative, di cura, per capire come continuare la storia dei servizi di welfare dentro cui le professioni sono cresciute.

“In un mondo alluvionato
da informazioni irrilevanti,
la lucidità è potere”

C’è davvero bisogno di tutto l’entusiasmo (o desiderio, come dice Massimo Recalcati in questo numero) per non lasciarci annichilire da una realtà distante dalle nostre attese. Un entusiasmo che non è foga, ma lucidità («In un mondo alluvionato da informazioni irrilevanti, la lucidità è potere», scrive Yuval Noah Harari in 21 lezioni per il XXI secolo).
C’è davvero bisogno di tutta la nostra forza, perché solo unendo le forze si può aspirare a diventare una forza. Una forza di pensiero, culturale, politica capace di contrastare quel sentimento oggi così diffuso che è l’impotenza («Nel 2018 la gente comune ha l’impressione di essere sempre più irrilevante», dice ancora Harari).
A Bari, il 10-11 dicembre, la 3a edizione de I Cantieri della Città del Noi vuol essere un’occasione per confrontare pensieri, condividere desideri, sentirci po’ più attori e autori in questa complicata realtà.

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6 | 2018

Rigenerare legami per arginare la paura

L’individuo separato o è bestia o è dio, diceva Aristotele. Ma nelle società contemporanee la solitudine di massa ci sta rendendo tutti bestie alla mercè di un dio.

In un bell’articolo uscito su «La Stampa» (Quando la solitudine genera tiranni, 3 settembre 2018), Michele Ainis ha individuato nella solitudine di massa, ma più radicalmente in un sentimento collettivo d’esclusione, la radice che sta portando le nostre società verso derive autoritarie.

5 | 2018

Restare sobri in tempi di ubriacatura

Iquest’epoca spazzata da populismi e solcata da tribalismi («Il nuovo tribalismo – ha scritto il grande sociologo Richard Sennett – combina la solidarietà con i propri simili e l’aggressività contro chi è diverso» ) vengono in mente le parole di Gustavo Zagrebelsky sulla Costituzione: «Ciò che ci siamo dati da sobri a valere per i momenti in cui siamo ubriachi».
Così, per restare umani in un Paese che da qualche tempo respinge chi cerca aiuto e criminalizza chi offre solidarietà, ci si aggrappa ai valori della nostra Carta, scritta da chi aveva visto in prima persona l’Europa distrutta da populismi saliti inizialmente al potere con il voto democratico.
E tuttavia ci si accorge con un brivido che le garanzie della Costituzione reggono sempre meno, in tempi dove chi governa ha la pretesa di incarnare la volontà del popolo, e dove la narrazione populista è veicolata a ciclo continuo dai social media, a colpi di fake news e immagini manipolate.
Ecco, proprio la comunicazione dei social media è ciò che oggi sta ubriacando le menti e i discorsi. Con un’accelerazione impressionante e con rischi per la democrazia, se è vero che metà della popolazione si informa tramite Facebook.

“Populismi e tribalismi hanno nei social la loro cassa di risonanza.
Come far valere un’altra narrazione?”

I social media, da strumento paritario e democratico di condivisione, si sono ormai trasformati in «palazzi degli specchi», nei quali ciascuno cerca e trova solo conferme alle proprie opinioni, e vede riflessi solamente se stesso, la propria rabbia e il proprio malessere.
La verità diventa post verità, i fatti oggettivi sono meno influenti degli appelli a emozioni e credenze nel formare l’opinione pubblica.
Si gioca qui oggi una sfida culturale grande per tutti i nostri mondi chiamati a fare società.

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