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Editoriali

6 | 2019

La solidarietà o è per tutti o non è

Prima gli italiani, dice lo schieramento al governo. Prima gli esseri umani, dice il fronte umanitario. Solidarietà perimetrata contro solidarietà universale. Chi sostiene la prima è in linea con lo spirito dei tempi, che prima di decidere se aiutare o meno l’altro ne esamina la provenienza. Chi difende la seconda è un «nemico degli italiani» in quanto difende gli interessi degli stranieri.

Poi succede che il ministro degli interni avvii una stagione di sgomberi, senza preoccuparsi di dove finiranno le persone sgomberate, tra le quali manco a dirlo vi sono molti italiani. A un problema di ordine sociale (persone in lista d’attesa per la casa popolare e così povere da non poter pagare un affitto) lo Stato risponde con brutale repressione (l’immagine del bambino che a Primavalle lascia l’edificio sgomberato con i suoi libri in mano sotto gli occhi dei poliziotti ha fatto il giro del mondo).

“Più che dei migranti
dovremmo aver paura di ciò
che stiamo diventando.”

E allora un dubbio ci assale. Non è che se viene perimetrata, la solidarietà muore? Non è che se la si riduce ad atto amministrativo (a te sì perché hai i requisiti, a te no perché ne sei privo), poi succede che quel perimetro il potere lo sposterà a suo piacimento? E non è che tu italiano che oggi te la prendi con gli stranieri, poi domani ti troverai a tua volta fuori dal perimetro di una solidarietà arbitraria? Questo per dire che forse la solidarietà è un sentimento e un atteggiamento verso l’Altro: verso il prossimo tuo e il lontano tuo. E che o è universale o non è. Se il volto dell’Altro – chiunque sia – smette di interrogarci, rischiamo che – essendo ognuno di noi l’altro per l’altro – un giorno nemmeno più il nostro volto interrogherà la responsabilità altrui. E quel giorno, come recita il famoso aforisma attribuito a Brecht, non ci sarà nessuno a protestare. Allora forse più che dei migranti dovremmo avere paura di quello che stiamo diventando. E più che dei confini nazionali dovremmo riconoscere che i confini a rischio oggi sono quelli dei valori su cui intendiamo fondare la nostra convivenza.

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5 | 2019

In cerca di narrazioni di speranza

Mentre scriviamo queste righe viene presentato il rapporto 2019 dell’Istat che ci consegna la fotografia di un Paese in declino. Dal Pil alle nascite, il presente ha il segno del meno e del peggio. Tra le varie recessioni colpisce quella demografica. Nel 2018 sono nati in Italia 493mila bambini, 140mila in meno rispetto al 2008. «È un calo numerico di cui si ha memoria nella storia d’Italia solo risalendo al biennio 1917-1918, un’epoca segnata dalla Grande guerra e dai successivi effetti dell’epidemia spagnola», dice il presidente Istat, Gian Carlo Blangiardo. «Viene da chiedersi se siamo (e saremo ancora) un paese che guarda al futuro o se invece dobbiamo perlopiù sentirci destinati alla manutenzione del presente».

“Un compito per i nostri
mondi, che hanno cura e
competenza dell’umano.

Il futuro appare oggi un tempo difficile da coniugare, al punto che ci si domanda se non limitarsi a manutenere quel che ancora c’è. Ma viene da chiedersi a questo punto cosa ne è di una società che smette di guardare al futuro. Che paese sia un gomitolo di gente impaurita, che si rintana nella difesa dei confini, cercando rassicurazioni in ciò che rimane ma perdendo ogni tensione generativa verso quello che ancora non è (comprese le generazioni future). Lo sappiamo, sentirci generativi è la vera condizione del nostro benessere. La psiche sta bene quando è rivolta al futuro, non quando è implosa nel presente. Quando sente di aver presa sul reale, non quando si sente sotto scacco. Sappiamo anche che il futuro arriva a prescindere dal costruirlo o meno. E infatti il futuro, se non ci dedichiamo a pensarlo, arriva ogni giorno con fattezze simili al presente-passato, se non peggiori. Allora ci si domanda se proprio dai nostri mondi, che hanno cura dell’umano e competenza di ciò che serve per farlo fiorire, non possano nascere oggi nuove narrazioni di speranza. Andando controcorrente alla narrazione dominante, che è senza speranza, con un futuro che non ha la promessa dell’happy end, ma il sigillo del game over.

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4 | 2019

Sociale è chi sociale fa

Torna la Summer School dedicata a capire come nei territori costruire alleanze tra mondi diversi a servizio del bene comune. La rivista ne è tra i promotori insieme al Consorzio Cascina Clarabella e al Centro Studi per l’economia sociale «Alessandro Zabbialini» perché riteniamo che mai come oggi, per creare opportunità di inclusione, occorra animare i territori dentro una prospettiva di giustizia e di benessere collettivo.

“Mai come oggi occorre
animare i territori dentro
una prospettiva di giustizia.

Nel documento-base della prima edizione (tenutasi a Iseo nel settembre scorso), si legge: «Dal nostro punto di vista lo sviluppo si fa nel “tra” di un territorio: tra imprese e istituzioni, tra cooperative sociali e associazioni di categoria, tra scuole e aziende, connettendo le tante intelligenze presenti nel territorio». Il documento, a firma di Carlo Fenaroli e Albino Zabbialini (Lo sviluppo si fa nel «tra» di un territorio, pubblicato sul nr. 320/2018), rilancia un concetto basilare per chi (professionista e organizzazione) opera nel sociale oggi: difficile fare accoglienza o inserimenti lavorativi se il territorio intorno è espulsivo. Per questa ragione il mondo non profit (associazioni e cooperative sociali) si dedica non da oggi a tessere reti e partnership con i mondi dell’impegno e della politica locale. Oggi però sembra venuto il momento di fare di più: ossia di stringere un’alleanza forte (di senso e di prospettiva, oltre che operativa) anche con gli attori economici locali. Partendo da ciò che accomuna: l’essere tutti soggetti radicati in uno stesso territorio, al cui sviluppo socioeconomico si cerca di concorrere. Il mondo delle imprese va oggi avvicinato, dotandosi di ipotesi meno affidate a retoriche solidaristiche o del buon cuore e più giocate su un’idea di sviluppo dei territori. Su come sia possibile incamminarsi in questa direzione ne parleremo a Brescia.

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3 | 2019

Convincere, convincere, convincere

«Noi, nella nostra debolezza, in questa minoranza che siamo, non possiamo vincere. è il potere che vince sempre; noi possiamo al massimo convincere ». Tornano alla mente le parole di Franco Basaglia (Conferenze Brasiliane, 1979) davanti alla campagna di delegittimazione e sospetto in atto contro il mondo della solidarietà, pubblica e privata, istituzionale e informale. Perché oggi sta accadendo proprio questo: si sta scegliendo di fare la «guerra alla solidarietà» per rassicurare un popolo impaurito. Sembra paradossale, di certo è inefficace, ma vi è del metodo in questa follia.

“Se in una società si riduce
il tasso di solidarietà,
siamo tutti più insicuri.

La politica del disprezzo è iniziata con la criminalizzazione delle Ong, liquidate come «taxi del mare» a servizio degli scafisti. è proseguita con il taglio della diaria ai migranti, i cui effetti sono già drammatici: 20mila posti di lavoro (di giovani italiani) già persi nel settore dell’accoglienza. Ma il ministro dell’Interno ha già annunciato di voler mettere mano (tagliare fondi?) anche alle comunità per minori, istituendo una commissione d’inchiesta. «è finita la mangiatoia», minaccia. E intanto apre altri fronti, come il Ddl sulla droga che mira a negare le misure alternative alla detenzione (ossia l’invio in comunità terapeutica) alle persone tossicodipendenti. E se resta al momento sospesa la famosa «tassa sulla bontà» – l’Ires non più agevolata sul non profit – un esempio su tutti esemplifica la politica del disinteresse verso gli ultimi e il mondo che se ne occupa: l’esclusione dal reddito di cittadinanza (che tra l’altro, a differenza del Rei, ha completamente tagliato fuori i servizi sociali) dei senza dimora: oltre 60mila disperati, italiani e stranieri. Si capisce qui quanto sia illusorio pensare che colpire la solidarietà sia colpire gli stranieri. Perché se in una società si riduce il tasso di solidarietà, siamo tutti più a rischio quando capiteranno a noi le difficoltà. E allora, a chi non si rassegna, non resta che una strada: convincere, convincere, convincere. Della bontà e utilità delle ragioni della solidarietà.

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2 | 2019

Elevare argini all’odio di prossimità

«Capire il presente è un compito necessario per chi fa l’operatore sociale. Perché il lavoro sociale si colloca dentro un progetto di società – una società in cui trovino cittadinanza valori come la dignità, l’uguaglianza, la fraternità. Pertanto, come professionisti-cittadini, non possiamo esimerci dal rilevare quanto i movimenti tellurici della società la stiano trascinando via dagli orizzonti culturali e politici che legittimano la nostra funzione.

“Che ne è del lavoro sociale
in un Paese che sdogana la
ferocia e invita ad armarsi?”

Da questo punto di vista, c’è oggi da essere preoccupati. Gli ultimi dieci anni di crisi economica hanno diffuso precarietà, la precarietà ha generato paura, la paura ha prodotto rancore e ora il rancore sta virando in cattiveria. Mentre scriviamo queste righe i giornali riportano le cronache del quartiere di Torra Maura, ghetto alla periferia di Roma, dove gli abitanti hanno reagito con violenza al trasferimento di una settantina di rom in un centro di accoglienza. Un episodio emblematico per tante ragioni. Perché mostra come l’intolleranza cresca dove le persone si sentono abbandonate: dalle istituzioni, dalla politica, forse anche dal lavoro sociale. «Non si comprende il rancore se non si guarda in faccia la disperazione», scrive il Corriere della Sera (3 aprile). Emblematico perché ci dice come gli scontri di Tor Sapienza di quattro anni fa non abbiano insegnato nulla: le ricette della Commissione d’inchiesta sulle periferie (un miliardo di investimenti l’anno per dieci anni e un’agenzia nazionale che li coordini) sono rimaste inascoltate. Emblematico perché la reazione contro i rom prende forma dentro un continuo racconto sul mondo che vede nell’altro il predone. L’odio di prossimità infiamma così le periferie ma cova sempre più anche nei ceti medi impoveriti. Capire il presente non è oggi un esercizio intellettuale, ma è la premessa per cambiare passo. Perché un Paese che sdogana la ferocia, e che sta invitando i suoi cittadini ad armarsi contro gli altri, non è una buona idea di Paese.

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