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Editoriali

1 | 2019

Avete mai fotografato la «città del noi»?

«In questi anni un’espressione ha accompagnato i percorsi di ricerca svolti dalla rivista e culminati in convegni, appuntamenti nazionali, Social Festival: la «Città del Noi». La città perché simbolicamente è il luogo delle vite individuali e collettive. Oggi le città sono delicati esperimenti dove si prova a comporre le tante diversità, tra pulsioni a escludere e tensioni a tener dentro. Dentro i tessuti locali (dei centri medio-grandi come dei paesi più piccoli di cui è fatta l’Italia) gli operatori sociali sono chiamati a essere anime pensanti e desideranti, riscoprendo lungo questa via la politicità (da polis = città) del proprio agire.

“Da questo numero la foto
di copertina metterà in scena
una visione di città.”

Del noi perché questa dimensione è oggi fragile, dunque da rifornire continuamente. Non pochi interpreti dell’oggi parlano di «morte del prossimo», di «crollo del noi», di «prossimità da reinventare». Il crescente disordine globale rende precarie le nostre vite e le induce al ripiegamento. Una reazione comprensibile ma miope, perché dimentica − come ci ricorda Ivo Lizzola in questo numero − che solo aumentando la rete dei legami e delle interdipendenze possiamo sperare di metterci in sicurezza. Chi invece pensa di costruire un riparo per sé tenendo distanti gli altri non fa che alimentare paranoie, sfiducie, dunque insicurezza. A partire da questo numero abbiamo deciso di avviare un’operazione: visualizzare la città del noi. La foto di copertina sarà il luogo di una ricerca fotografica che tenterà, numero dopo numero, di mettere in scena volti, situazioni e momenti di questa visione di città. Una città capace di contrastare solitudini e rigenerare socialità: dove le persone si riconoscono appartenenti a una «comunità di destino», fatta di uomini e donne che condividono l’avventura di abitare questo tempo. Un tempo esigente, che se affrontato da soli diventa una condanna, se con altri una sfida possibile. Ai lettori chiediamo di inviarci le foto della loro città del noi: animazionesociale@gruppoabele.org.

Info per inviare le immagini >>

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8 | 2018

Città di paure, città di speranze

«ABari, il 10-11 dicembre 2018 si è svolta la 3a edizione de I Cantieri della Città del Noi. Eravamo in tanti, accomunati da un’idea: lavorare nel sociale è avere a cuore la dignità dei singoli, ma è anche avere a mente un progetto di città: la città del noi. Un progetto complicato in un tempo del «noi contro di loro», ma che certo val la pena perseguire. A partire da una serie di domande che hanno animato il nostro incontrarci.

“Le città oggi sono abitate
da paure. Quanto i servizi sanno,
costruire speranze?”

● Le città oggi sono abitate da paure: quanto i servizi, le associazioni, le cooperative sanno essere costruttori di speranze?
● L’inclusione oggi non è più data dai diritti, ma dall’individuare degli «altri» che diventano i nemici attraverso cui fondare la propria inclusione: stiamo contribuendo a svelare questo gioco disumano?
● La sicurezza sociale oggi si costruisce eliminando la protezione umanitaria e rendendo irregolari le vite più fragili (vedi decreto sicurezza): stiamo rilanciando l’altro progetto di società dentro cui il welfare (nato come dispositivo di sicurezza sociale) è sorto?
● Non è paradossale che, mentre molte aziende che producono beni riproducibili prestano attenzione alla creatività, molte organizzazioni sociali che producono cura individualizzata restino prigioniere dei ferri vecchi del taylorismo?
● In un tempo alluvionato da informazioni irrilevanti, la lucidità è potere, è speranza, è forza di cambiamento: stiamo facendo spazio allo studio, all’approfondimento, per non rischiare di diventare comparse di un copione che non ci appartiene?
● C’è un nesso forte tra la cultura che promuoviamo e la speranza che generiamo: se è la cultura che fa la differenza dei servizi offerti, che libera o opprime la speranza di essere, con la nostra professione, generatori di cambiamenti, non è venuto il tempo di assumere con più forza questa funzione dentro le città?

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7 | 2018

I tempi chiedono la nostra intelligenza

«Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza».
Intelligenza, entusiasmo, forza: le qualità che Antonio Gramsci invitava a coltivare nel 1919, praticamente un secolo fa, rivolgendosi alle classi subalterne perché potessero sperare di cambiare gli equilibri sociali nella direzione di assetti più giusti.
Le stesse qualità che diventa cruciale coltivare oggi, specie da parte di chi (gli operatori sociali) ha come oggetto di lavoro il cambiamento: delle condizioni di vita delle persone, del senso di fiducia in loro stesse, dei climi familiari e sociali, delle opportunità di autonomia che i contesti mettono a disposizione.
Oggi c’è davvero bisogno di tutta l’intelligenza delle professioni sociali, educative, di cura, per capire come continuare la storia dei servizi di welfare dentro cui le professioni sono cresciute.

“In un mondo alluvionato
da informazioni irrilevanti,
la lucidità è potere”

C’è davvero bisogno di tutto l’entusiasmo (o desiderio, come dice Massimo Recalcati in questo numero) per non lasciarci annichilire da una realtà distante dalle nostre attese. Un entusiasmo che non è foga, ma lucidità («In un mondo alluvionato da informazioni irrilevanti, la lucidità è potere», scrive Yuval Noah Harari in 21 lezioni per il XXI secolo).
C’è davvero bisogno di tutta la nostra forza, perché solo unendo le forze si può aspirare a diventare una forza. Una forza di pensiero, culturale, politica capace di contrastare quel sentimento oggi così diffuso che è l’impotenza («Nel 2018 la gente comune ha l’impressione di essere sempre più irrilevante», dice ancora Harari).
A Bari, il 10-11 dicembre, la 3a edizione de I Cantieri della Città del Noi vuol essere un’occasione per confrontare pensieri, condividere desideri, sentirci po’ più attori e autori in questa complicata realtà.

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1 | 2018

Nasce una nuova Animazione Sociale

Con questo numero Animazione Sociale si presenta nuova nella forma, nelle rubriche, nel linguaggio. Una scelta di cambiare per continuare a restare fedele alla sfida che dal 1971 la rivista porta avanti insieme alle sue lettrici e ai suoi lettori − che non di rado sono anche le persone che sulla rivista scrivono, rielaborando le loro esperienze di lavoro condotte sulle tante frontiere sociali del nostro Paese.
La sfida è quella presentata nella pagina qui a fianco. Dieci punti che indicano la strada, dieci bussole per non perdere la rotta.
Una sfida inattuale, ma necessaria. Perché di lavoro sociale, di impegno per i diritti, di investimento nei legami il Paese ha oggi un grande bisogno. Soprattutto c’è bisogno oggi di uomini e donne con il senso della possibilità. Capaci di aprire varchi tra i vincoli del reale, di dar voce all’altrimenti, di aggregare energie al servizio di una società più capace di ospitalità, di giustizia, di futuro.

“La rivista cambia per continuare a svolgere
una funzione iniziata nel 1971″

Una sfida bella, da giocare tutti insieme, proprio perché non si arrende all’esistente, perché prova a costruire l’auspicabile.
La scelta di rinnovare la rivista nasce qui: dal desiderio di renderla più contemporanea a questa sfida, e più capace anche di parlare con le nuove generazioni di operatori sociali. Aiutandole a collocarsi in una storia, quella del lavoro sociale, che viene da lontano e che è vitale non disperdere. Per questo, accanto a nuovi linguaggi, il lettore troverà anche testi classici ormai introvabili, da cui attingere metodo e strumenti per lavorare nel sociale oggi.

2 | 2018

40 anni dopo l’attualità di Franco Basaglia

Il 13 maggio 2018, la legge voluta da Franco Basaglia compie 40 anni. Una data storica non solo per la psichiatria, ma per tutto il lavoro sociale, educativo, di cura. Con la legge 180 prende infatti avvio un modo diverso, più civile e anche più efficace, di trattare le persone e le loro difficoltà.
Si apre una stagione di invenzioni e sperimentazioni sociali. Nascono i servizi territoriali, le prime cooperative sociali offrono opportunità di inserimento lavorativo, le relazioni di cura imparano a sostenere le persone nel riprendere in mano la propria vita.
Quarant’anni anni dopo, siamo chiamati a capire come proseguire quel cammino di invenzioni e sperimentazioni, capaci di scommettere sulle potenzialità dei soggetti e sulla forza inclusiva dei territori.
Non c’ è dubbio che di invenzioni e sperimentazioni sociali oggi vi sia un gran bisogno, in territori abitati da paure e solitudini che altro non sono, spesso, se non il rovescio di felicità negate.

“Rilanciare una grammatica del possibile nei mondi che
si prendono cura dell’umano.”

Il convegno che nei giorni dell’anniversario la rivista promuove a Iseo insieme al Consorzio Cascina Clarabella, una delle esperienze più belle in Italia nel campo della salute mentale, vuol essere l’occasione per rilanciare una «grammatica del possibile» dentro i mondi che si prendono cura dell’umano: i servizi sociali e sanitari, la scuola e l’educazione, la politica e l’economia.
Consapevoli, come ci ha insegnato Franco Basaglia, che idee e azioni non possono essere disgiunte, che dietro al fare deve esserci un pensiero che di continuo si verifica e si aggiusta in un nuovo fare.

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