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Mettiamo la webcam nella “cassetta degli attrezzi” – L’esperienza di un’assistente sociale

smartWorkingdi Francesca Giugno | 

Da alcuni giorni siamo entrati nella cosiddetta “Fase 2” dopo mesi nei quali tutti noi abbiamo attraversato l’esperienza della pandemia. Ora le tv e i giornali titolano che ci troviamo di fronte alla ripartenza dopo il lockdown che ha congelato le nostre vite di cittadini e professionisti.

Nella circolare n. 1 del 27 marzo 2020 il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali richiama l’importanza che il Sistema dei Servizi Sociali continui a garantire, ed anzi rafforzi, i servizi che possono contribuire alla migliore applicazione delle direttive del Governo mantenendo la coesione sociale, sollecitando a porre un’attenzione particolare ai soggetti che si trovano o si vengano a trovare, a causa dell’emergenza, in condizioni di fragilità al fine di garantire i Livelli Essenziali delle prestazioni sociali (all’art. 22 della nota L.N. 328/2000). Tali indicazioni hanno visto la necessità per chi lavora nel sociale di rivedere, ripensare e riorganizzare l’erogazione dei servizi stessi; tutto questo è però avvenuto rapidamente, tramortendoci e forse non essendo totalmente consapevoli di ciò che stava accadendo.

Ora che la nostra quotidianità si sta riaprendo ho sentito l’esigenza di fermarmi a pensare, proprio ora che la mia mente è maggiormente in grado avvicinarsi alle emozioni vissute.

Dal 9 marzo u.s. il servizio sociale si è trovato a dover affrontare sempre più situazioni di perdite di lavoro impreviste, anche di coloro che con la fragilità economica non erano mai entrati in contatto, a supportare anziani soli nella gestione dei bisogni primari, a sostenere famiglie in cui l’impossibilità di poter far frequentare la scuola ai propri figli le ha rese maggiormente isolate poiché è venuto meno un contesto inclusivo e socializzativo fondamentale, a accompagnare lutti di persone vicine e lontane, ecc.

Tante volte abbiamo sentito come il “distanziamento sociale” sia fondamentale per la sicurezza nostra e di chi ci sta attorno; allora come conciliare la necessità di una distanza con una professione che ha la sua specificità nella dimensione di prossimità, sul sostegno e la progettualità condivisa e sull’autodeterminazione? Ci si è trovati all’interno di uno scenario dove tutti noi abbiamo dovuto aderire a norme severe e rigide adottando i comportamenti richiesti e sospendendo temporaneamente la nostra libertà, la nostra capacità decisionale e di scelta.

Ora che l’aspetto normativo si sta allentando, mi sento come professionista in una fase di “risveglio”, come dopo aver subito un’anestesia. Se il riavvicinamento è ora gradualmente possibile contemporaneamente si avvicenda nei pensieri la percezione di non aver “fatto abbastanza”.

In questi mesi di impossibilità ad effettuare colloqui in presenza ho però sperimentato la possibilità di sentirsi vicini, prossimi appunto, anche attraverso una webcam.

Sperimentati strumenti informatici per svolgere colloqui individuali, famigliari, équipe e riunioni, mi sono accorta che la cosa funzionava e che la distanza fisica non era sociale e neppure emotiva, ma anzi che dava la possibilità all’altro di confrontarsi conciliando anche i tempi di cura familiari, senza dispendio economico dovuto agli spostamenti e trovando nello schermo un alleato, una difesa.

Ragazzi spesso faticosamente disponibili a un incontro presso gli uffici hanno mostrato un’apertura attraverso una videochiamata poiché riconoscevano tale dimensione maggiormente affine, consapevoli di poter decidere se rispondere o meno, quanto svelarsi trovando attraverso il proprio posizionamento davanti allo schermo una modalità che lasciava trasparire uno status emotivo ed un messaggio non verbale chiaro e diretto.

La mia esperienza della “presa in carico” a distanza mi ha fornito la possibilità di affinare i sensi poiché l’attenzione allo sguardo, al sorriso e ai minimi accenti sulle espressività è divenuta ancor più rilevante.

Inizialmente il video mi ha fatto percepire come più esposta, una sorta di nudità di fronte all’altro, come in un paradosso dove una maggior distanza fisica mi potesse invece far sentire quasi invasa nella mia privacy, anche se il messaggio analogico confermava chiaramente l’opposto.

Oggi una serie di riflessioni sembrano rincorrersi nella mia mente e se alcune mi paiono ancora difficilmente decodificabili, altre mi hanno condotto a confermare l’idea che l’attenzione all’altro e l’ascolto possono trovare il loro spazio, ricercandolo come professionisti, in qualunque circostanza.

Inoltre, le esperienze vissute mi hanno condotto ad apprendere una strumentazione nuova rendendo più ricca la “cassetta degli attrezzi” dell’assistente sociale che a mio avviso sarà opportuno mantenere, magari ricalibrandoli nel prossimo futuro così da poter divenire facilitatori di una prossimità e della costruzione della relazione.

Ciò non significa infatti convertire la totalità degli incontri in presenza, ma piuttosto che si possano trovare alternative possibili, pensate e scelte all’interno di un agire professionale rinnovato.

Francesca Giugno è assistente sociale nel servizio sociale territoriale sud del comune di Brescia

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