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Lavorare in un Cas, praticamente senza mezzi, con 150 ragazzi

 

rifugiatiLettera di un’assistente sociale

Buongiorno,

sono un’assistente sociale di un Cas. Lavoro con i richiedenti protezione internazionale da 5 anni e in questi giorni di crisi la nostra situazione è difficile. Ci troviamo di fronte a scelte e decisioni complesse così come l’etimologia di questa parola impone. Post decreto Sicurezza con tutte le limitazioni e le mancanze di fondi che quella legge ha creato stiamo lavorando praticamente senza mezzi con 150 ragazzi.

Di cosa mi occupo? In questi giorni per prima cosa di aiutare i colleghi che escono e portano le derrate e il pocket money a autotutelarsi per tutelare i beneficiari e le famiglie che hanno a casa (cerco mascherine, introvabili in Veneto, compro disinfettanti, aiuto a fare i turni ecc.). Mi confronto con i coordinatori per cercare di attuare le scelte migliori in conformità col decreto di Conte e con le esigenze dei nostri beneficiari. Sostengo i ragazzi che chiamano e hanno paura. Organizzo a distanza la parte sanitaria improrogabile…

Venerdì nascerà un bambino. Un maschietto che pare si chiamerà Alessandro, ho sorriso sentendo questo nome perché io, prima di essere assistente sociale, sono uno storico per formazione, e ho pensato che questo bimbo sarà un guerriero, come Alessandro il Macedone, e quando nascerà urlerà al mondo la bellezza e la forza della vita che mai si ferma e quando sarà grande dirà che è nato dentro a una tempesta ma l’ha superata. Non so cosa accadrà ma la storia voglio immaginarla così.

In questi giorni sospesi nel tempo, con le volanti che passano a urlare di rimanere a casa, volevo raccontarvi i pensieri di alcuni ragazzi che mi chiedono se sto bene, se stiamo bene, che mi dicono di restare a casa perché loro ce la faranno lo stesso. Ieri un ragazzo camerunense che necessariamente dovevo vedere a colloquio mi ha raccontato, forse spinto dalla contingenza del momento, della Libia, dei morti che ha visto, di quello che è successo e mi ha detto che ai confini di casa nostra il numero delle vittime è incommensurabile anche solo da concepire. Poi mi ha detto che capisce la nostra paura perché l’ha passata. Mi ha detto che farà di tutto per aiutarci a far seguire le regole. Fino a ieri era oppositivo e molto infastidito da ogni nostra proposta. La situazione attuale ha unito i nostri intenti, forse vederci così fragili ma comunque attive ha fatto comprendere che realmente ci siamo come professioniste. Anche se i mezzi sono esigui, almeno c’è il nostro tempo, c’è lo spazio per l’ascolto condito dalle nostre paure e dalla nostre conoscenze.

Cosa cambia in questi giorni? Aumenta il confronto. Ci sentiamo ogni mattina e ogni sera con i colleghi, che lavorano anche in altri centri. Ci chiediamo di aiutarci a vicenda, il mio coordinatore mi ha detto “se sbaglio aiutami e correggimi”. Ha 20 anni di servizio. Io decisamente molti di meno. A volte ci misuriamo la febbre in contemporanea telefonica e tratteniamo il respiro aspettando quel beep che nel manicheismo delle cose suona come una liberazione o un arresto improvviso. Fino alla prossima misurazione.

Nei momenti buoni sentiamo di ottemperare in pieno a ciò che la professione ci chiede. Nei momenti bui vorremmo stare a casa, chiuderci dentro e aspettare che passi la tempesta. Ma poi quando la paura mi attanaglia respiro a fondo e rifletto sugli oneri e onori che questa professione scelta mi impone e ogni mattina mi alzo insieme ai colleghi e mi avvio verso la giornata. Se suona il telefono si ferma un battito, ci sarà uno dei nostri beneficiari ammalati? E se sì come faremo con gli altri? Coi colleghi che sono andati.

Oggi noi che lavoriamo con gli ultimi del mondo stiamo capendo che cos’è la paura che spinge a scappare, perché in alcuni paesi, quello che sta succedendo oggi qui, è la normalità. Cambiano le prospettive. Non so cosa succederà ma so che questa esperienza ci cambierà. So che quando finirà tutto, e ne usciremo, perché è nella natura delle cose avere un principio e una fine, il mio mondo sarà diverso.

Dal mio avamposto è tutto, passo e chiudo e vi abbraccio più forte che posso ovviamente virtualmente.

BTC

PS: Vi chiedo di non mettere il mio nome per esteso. Solo le iniziali. Per favore. È solo una voce in mezzo a tante.

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