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Bora a quarantena all’ora – Un gruppo appartamento abitato da giovani donne

Pioggia-e-ventodi Cristiano Dorigo | 

Oggi c’è un vento di bora molto forte. L’acqua s’increspa e sembra avere i brividi che ne accapponano la superficie in piccole onde aguzze, i panni stesi si tendono e svolazzano seguendo il ritmo delle folate, gli scuri sbattono alle finestre, il vento sale e cala, fischia acuto o gutturale. Il cielo cambia rapidamente colore, umore, luce, in un continuo gioco di ombre e tonalità.

In questo periodo siamo costretti a convivere con una potente, paradossale e invisibile forza: un microscopico virus ha messo in ginocchio il mondo intero, rivelandone eccessi, fragilità, follia. Nonostante tutto, lezione di pedagogia spicciola, occorreva esperire per vedere che così era, che ridurre le nostre vite a una serie infinita di cattive abitudini ci avrebbe portati – noi umanità – sull’orlo del collasso esistenziale.

Questi giorni sono un tempo scombinato, vuoto, e l’immagine che più ci si avvicina, nella mia testa, è quella delle sfere di vetro al cui interno c’è una casetta, e mettendola sottosopra fa l’effetto neve: l’impressione è che ognuno sia là – senza neve – in quel guscio trasparente che lascia vedere ma non toccare.

In questi giorni di quarantena sono uscito quasi ogni giorno per recarmi al lavoro – lavoro in ambito sociale con giovani donne in progetti di autonomizzazione – e volevo raccontarlo un poco, attraverso me, in quanto persona coinvolta in uno psicodramma collettivo dagli esiti incerti; è così che intendo il mio lavoro: come una co-costruzione di percorsi che si conoscono solo percorrendoli, non prima, non grazie a un sapere profetico, o a un approccio da manuale taumaturgico.

Il luogo del lavoro, in tempi normali più dinamico, consiste in un gruppo-appartamento abitato da quattro giovani donne – la tentazione è di scrivere “ragazze”- ma l’adultità – l’acquisizione di saperi adulti – fa parte del progetto: al compimento dei 18 anni si è uguali al giorno prima, ma per statuto si passa alla maggiore età, senza se e senza ma. I tanti se e i tanti ma, li smussiamo insieme, durante il percorso; ci proviamo almeno, e visto che abbiamo poco tempo – in media un anno e mezzo -, ogni giorno è importante.

Qui a Venezia è tornato il silenzio, santo, raro, incantato. Anche il colore è tornato prepotente alle tinte primigenie, al verde trasparente dei canali, all’azzurro intenso del cielo, all’aria trasparente. Nonostante ciò, privilegio e bellezza esclusivi, ho sofferto come tutti dell’isolamento, della distanza, della prossemica forzosa che la pandemia ci ha costretti. Sento che la sfera sottovuoto dentro cui siamo rinchiusi, a volte ci compenetra, in un ambiguo gioco di sghembi confini sovrapposti.

È stato così anche con le ragazze, accorgendomi dello scarto generazionale, delle diverse abitudini di vita, di come si intende in modo diverso la socialità, di come si supera la solitudine attraverso messaggi e chiamate e intrusioni nelle vetrine social proprie e altrui. E anche questa è stata una lezione, l’ennesima, nel processo di crescita reciproca, evidenziando un errore di valutazione: per le giovani il bisogno di relazioni coi pari viene in parte surrogato dalla tecnologia – che al tempo della mia giovinezza era fantascienza -, rendendo il confino domestico più tollerabile.

La bora è un vento che scompiglia, che porta un cambiamento allo status quo, che apre al nuovo rispetto all’esistente. Staremo a vedere cosa succederà, pronti a convivere con nuove istanze, vecchie abitudini, interminabili incertezze da condividere.

Cristiano Dorigo è educatore nel “gruppo giovani Maddalena” IPAV a Venezia, un progetto di autonomizzazione di neo maggiorenni.

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