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I ragazzi in comunità conoscono il sapore amaro di attese e restrizioni

play-1538336_1920di Chiara Pittari | 

“È così noioso restare a casa…”.

Non si può uscire, non si possono vedere gli amici… che noia.

Concordo vivamente che restare a casa sia noioso; non potersi godere il sole, un bel cocktail, la corsa al parco con gli amici, lo shopping al centro.

Ah stare a casa… che tortura…

Concordo vivamente, penso da vera egoista. Poi però mi dico che c’è chi una casa, uno spazio proprio e privato non lo ha. Ci sono i miei ragazzi per esempio… Beh loro, la propria casa cercano di dimenticarla o provano, con uno sforzo sovrumano, a immaginarne una…

Cosa vuole essere questa, commiserazione o forse pena? No, oggettività.

 

Chi momentaneamente risiede in una comunità educativa sa bene cosa significhi essere ristretto; sa bene cosa significhi attendere che qualcuno prenda una decisione che lo faccia uscire da quella maledetta e noiosa prigionia. C’è chi ha di suo solo un pigiama rattoppato, dei vestiti, dei trucchi, un pallone e uno spazzolino da denti. Magari c’è chi non ha una mamma e un papà, e c’è chi sarebbe meglio che non li avesse proprio perché… vedete gli orchi abitano questo mondo, tanto quanto i virus, e per i nostri ragazzi spesso hanno le sembianze di comuni genitori, oppure somigliano alla miseria, oppure ancora all’ignoranza… sono pur sempre mostri.

I ragazzi che mangiano, dormono, studiano, vivono in comunità sanno spesso cosa sia la noia di non poter parlare con tutti, di pazientare, di scontrarsi con altri con cui bisogna convivere forzatamente.

Oggi a lavoro i ragazzi hanno disegnato, hanno cucinato un dolce, hanno infornato una pizza, hanno messaggiato con qualche compagno o con un amore lontano e nascosto, chissà. Oggi a lavoro i ragazzi si sono annoiati, dopo la partita a Monopoli, dopo aver rivisto quel film in tv; eh sì, anche qui ci si annoia. Uno di loro ha chiesto se l’udienza che avrebbe dovuto avere sarà spostata a quando; ho letto sul suo viso, l’espressione di “che ne sarà di me?”. Solitamente in questi casi un abbraccio, una carezza può servire; soprattutto quando l’incertezza del futuro si materializza con un’email che avvisa della sospensione di tutte le udienze. Ora non si può dare una pacca sulla spalla, dobbiamo mantenere le distanze, ci si accarezza con lo sguardo.

Fortuna, mi dico, che sono abituati a non avere contatto umano; ciò rende tutto più facile, di questi tempi.

Beh si è capito no? Mi presento: sono un educatore. Oggi sono di turno io. Nella borsa ho un po’ di dvd sgraffignati a casa, qualche ricetta da fare, una scatola di giochi da tavola e la voglia che il tempo passi con un po’ di leggerezza.

“Ma almeno tu esci…”, mi dicono, sì è vero, esco. Prendo la macchina, indosso la mia mascherina di fortuna e vado a lavoro. Prima di mettere in moto, controllo di nuovo il mio conto corrente. Rivedo ancora una volta la medesima cifra; non cambia da quasi cinque mesi… il sociale non è mai una cosa semplice da comprendere. Magari la benzina la metterò domani ma domani, ho letto, forse ci sarà lo sciopero dei benzinai… chiudo gli occhi e mi dico “andrà tutto bene”… continuo a ripetermi questa frase da ben prima dell’emergenza pandemica.

Quando arrivo fuori dalla comunità educativa dove lavoro, faccio un respiro, suono il campanello e c’è chi mi viene incontro, sorridendo. “Hai portato un nuovo gioco?!”; c’è chi invece sfugge al mio sguardo e va in camera sua, trascinandosi appesantito dai pensieri. “Oggi non deve essere stata un gran giornata per lui” mi dico.

Entro e chiudo fuori dalla porta i miei timori sull’evolversi dei contagi, la mia paura per la mamma che è infermiera e continua a lavorare, la mia paura per la nonna, sola in casa ma io non posso vederla perché potrei essere pericoloso per lei… La paura di non riuscire a reggere lo sguardo dei ragazzi, le loro domande e le loro preoccupazioni. Alle volte, sapete, si sorprendono nel vedere un adulto pensieroso o triste… secondo loro, gli adulti non piangono; non fanno cose così “da deboli” insomma. “No”… glielo dico spesso “gli adulti piangono, temono… solo che la maggior parte di loro lo fa di nascosto. Non siamo mica coraggiosi come i bambini”.

Tutti i miei pensieri rimangono, pesanti come un enorme baule in legno massiccio, fuori dall’ingresso; qui in comunità non entrano, non c’è posto per loro. Li riprenderò quando smonterò dal turno e me li riporterò a casa. Ho ricevuto un messaggio sul cellulare oggi: c’è chi ha paura che tra gli evasi dalle carceri ci sia uno fra quegli orchi che un tempo trasformava le notti stellate, quelle che solo i bimbi possono disegnare in sogno, in incubi senza luna. Rispondo che non c’è da avere paura, che bisogna restare a casa. Sembro così sicuro, lo so… ma la verità è che penso a quanta paura, nella stessa situazione, avrei io. Cerco di essere rassicurante, scrivo “Andrà tutto bene”; inizia a sembrare piuttosto indigesta questa frase, persino nello scriverla provo una fitta allo stomaco.

Lascio il telefono nella stanza degli educatori. Adesso si pensa solo ai ragazzi. Ora devo giocare, cucinare, rimproverare chi non si è fatto la doccia o non si è fatto il letto. Devo parlare con quel ragazzo che ha quasi compiuto 18 anni e ha un decreto sulle spalle che lo invita a tornare a casa al compimento della maggiore età… Mi dico “ma quale casa?”. Blocco subito questo pensiero nella mia mente ed entro nella stanza dove c’è lui. Mantengo la distanza, che di sicuro non ci aiuta a comunicare. Ancora una volta non mi guarda, scorre distrattamente le notizie sul telefono. A lui non dirò che andrà tutto bene, questa cosa lo farebbe arrabbiare… farebbe imbufalire anche a me.

“Ho portato la cioccolata, ce la potremmo cucinare sai, bella calda… fuori nevica”. Parlo ma nulla… silenzio. “Ho una nuova canzone da farti sentire, parla di un adolescente arrabbiato che vorrebbe trasformare il proprio educatore logorroico in uno scarafaggio”. Per la prima volta, oggi, il suo sguardo si posa su di me .. ride. Riesco a portarlo in cucina, beviamo una cioccolata tutti assieme. C’è chi dei ragazzi litiga per il possesso del telecomando, chi canticchia… Bisbiglio nell’orecchio che non importa del decreto… ci inventeremo qualcosa assieme: un lavoro, un percorso di studio, un’occupazione…qualunque cosa…

“Non ti lasceremo così… dopotutto questa è casa tua, no? Sai che il professor Silente in Harry Potter, con fare molto più saggio del mio, confortò il suo alunno ribadendo che un aiuto sarebbe sempre stato dato ad Hogwarts, a chi lo avrebbe richiesto? funziona così anche qui ma senza gufi”. Io non sono un mago… sono solo un educatore e lui non è un ragazzo prodigio ma un bambino cresciuto troppo in fretta. Sarà la cioccolata, sarà che nevica, sarà che abbiamo iniziato a giocare e mi stanno distruggendo; tra un po’ la mia pedina sarà tolta dal piano di gioco perché avrò perso… di nuovo. La casa ora è un po’ più calda. Non durerà fino a domani… lo so già. “Domani penseremo a qualcos’altro”.

 

È noioso stare a casa… Già… abbiamo tutti uno pseudo motivo valido per lamentarci. Stare a casa con i propri cari o con qualcuno che prepari una focaccia o un dolce… beh pensate che… c’è chi non ci dorme la notte per questo…

Ma forse è meglio così… a rigor di logica ha meno motivi per lamentarsi. Dopotutto non ha idea di cosa significhi… una casa.

Si cerca un pretesto per uscire, si cerca una scusa per evadere, non si sa attendere…

I miei ragazzi invece sono abilissimi nel destreggiarsi nell’attesa. Loro attendono decreti, che però non arrivano dal governo. I loro decreti provengono dal tribunale e non prevedono la chiusura di strade o parchi… i loro decreti raccontano storie. Raccontano di quel genitore condannato in via definitiva per le violenze commesse in famiglia, raccontano dell’affidamento del minore ai servizi sociali territoriali, dell’impossibilità di rientrare presso la propria abitazione per motivi igienico-sanitari, o raccontano della fuga di quella genitrice con il suo nuovo compagno.

Quando arriva un decreto qui in comunità mi chiedo sempre come si possa spiegarlo, con tutti i suoi altisonanti paroloni giuridici, a un ragazzo… e a un bambino?

Ci si lamenta della focaccia che a casa ha un sapore banale, dell’uscita serale e dell’aperitivo mancato…

Mi chiedo se queste cose manchino a un ragazzo cresciuto dalla cruenta strada, se manchino al bimbo piccolo ritrovato, per caso, nell’appartamento logoro di quella prostituta e del suo compagno spacciatore…

Non saprei.

Di sicuro l’aperitivo o la settimana bianca mancano anche al ragazzo che studia Platone con me e mi chiede a cosa serva pensare, se poi gli adulti non pensano e scappano di casa per andare dalla parrucchiera o a correre quando in giro c’è la possibilità di infettarsi e contagiare innocenti.

“C’è bisogno di pensare invece” ribadisco, “c’è bisogno perché tu sei in gamba, non sei come loro”.

 

Una vita normale manca a tutti… Già… Soprattutto a chi non l’ha mai vissuta.

Lamentarsi… ah arte sublime.

Io vado a lavoro, cerco di stare attenta se sbadiglio, se starnutisco, se tossisco. I ragazzi hanno già la salute e il cuore sovraccarico di problemi e pensieri; faccio attenzione per loro, per me, per chi amo.

Oggi un bimbo mi ha chiesto tutto contento se avessi portato un gioco nuovo… era il Monopoli del 1997. Per lui è nuovo e tanto gli basta per rendere viva la giornata, in un tempo così morto.

 

Il mio collega è venuto a darmi il cambio, il suo baule di pensieri è parcheggiato fuori assieme al mio. Ci salutiamo con lo sguardo, non serve parlare… “Andrà tutto bene, amico mio” lo sanno dire anche gli occhi. Odo il più piccolo della comunità che corre come un pazzo… “Facciamo la Pizza!!! ho visto gli ingredienti nella busta sii… io la voglio strapiena di mozzarella”. Basta un occhiolino che sta per “Fai un buon turno” e mi congedo dal collega. Saluto tutti, esco fuori dalla porta mentre pregusto quella vocetta stridula che ha il sapore della pizza più buona del mondo.

Riprendo il mio baule, metto la mascherina e torno a casa. I miei cani mi accolgono scodinzolando, si sente il profumo dei taralli, la mamma è vicino al forno; li controlla con lo sguardo, come se questo li facesse cuocere meglio; mio padre è seduto sulla sua poltrona, guarda il telegiornale che parla di cose brutte. Mi godo la scena, penso confortato: “Ah, quant’è bella casa mia!”.

Cerco un nuovo film, un nuovo gioco, una nuova attività da fare domani. I miei ragazzi per ora hanno una casa. Non durerà per sempre, andranno via, ne arriveranno altri… Domani vorrei che sentissero anche loro questo calore che avverto mentre osservo la mia quotidianità… noiosa… ma che sa di buono, come i miei ragazzi.

E poi viene fuori questo pensiero pensato a 4 teste con le ragazze e l’educatrice Stefania:

“Il tempo non è più tempo, è fermo nell’angolo, cupo e appassito, ma intanto io vivo, e riscopro me stessa, sono insieme alle stesse persone di sempre eppure mi sembrano belle pur se siamo come in prigione, riusciamo a vivere in comunione anche se la morte fa paura, stare insieme è la nostra cura. Spero presto finirà, ma finalmente il valore di un abbraccio si capirà”. (B., A.M., P. S.)

Chiara Pittari è educatrice professionale nelle comunità per minori della cooperativa sociale Paidòs a Lucera (Foggia).

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