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Chiedi al ragazzo e ascolta – Educare in una comunità per minori

unnamed (2)di Chiara Gavioli | 

Il mestiere dell’educatore è difficile e complesso, oggi più che mai. È difficile anche solo perché l’educazione non può essere intesa semplicemente come un lavoro. Non si assolve al proprio compito di cura solamente quando si è in turno, ma anche a casa la sera quando si ripensa ai dialoghi avuti con i propri ragazzi o quando si guarda un bel film sul proprio divano e alla fine si pensa: “Proporrò questo titolo per l’attività di cineforum!”.

Tutto questo è stato notevolmente amplificato dallo stato di pandemia.

Il Covid-19 nella vita di comunità non significa solo disposizioni e mascherine, ma un violento squarcio sulla tela dell’equilibrio pazientemente tessuta nel tempo. Come può un educatore, che in quanto essere umano vive il proprio personale sconcerto, trovare la maniera per riavvicinare i lembi di questo tessuto?

Robert Baden Powell (fondatore del movimento scoutistico) basa il suo sistema pedagogico sul motto “Ask the boy”, in italiano “Chiedi al ragazzo”. L’invito è dunque quello di fermare lo sguardo richiamato dalle infinite sollecitudini e posarlo sul minore. In questo tempo sospeso l’educatore è innanzitutto chiamato all’ascolto, all’accoglienza dell’angoscia e dell’impazienza che si annida nella mente dei ragazzi.

Come spiegare un decreto a un adolescente che a malapena riesce a leggere la pagina di un romanzo? Come far rispettare i divieti a chi è abituato alla trasgressione come affermazione della propria identità? Come far comprendere che esiste un apparato statale che ha il diritto e dovere di prendere forti iniziative in casi estremi?

Il rischio è che il ragazzo colga le disposizioni come l’ennesimo ingiusto esercizio di potere da parte dell’odiato mondo adulto. Ed è normale che il vissuto dei ragazzi sia questo, perché è un no difficile da comprendere soprattutto per chi non ha ancora maturato un senso civico ed è autocentrato.

Ad un certo punto forse le parole sono superflue, le spiegazioni sono necessarie ma inefficaci poiché non è il piano razionale quello adatto ai nostri ragazzi.

Chiedi al ragazzo e ascolta, ecco forse come ricomporre lo squarcio. Riconfermare la propria presenza. Laddove l’adolescente ha nello stomaco un groviglio di rabbia, insicurezza e interrogativi, l’educatore può solo trovare il bandolo della matassa e iniziare a srotolare il tutto pian piano con lo scopo di formare un armonico gomitolo.

Non è facile far accettare la cura, intesa come provvedere a qualcuno, a chi non l’ha mai vissuta. Sotto questo punto di vista la pandemia è un’occasione per affermare che lo scopo dell’educatore è proprio questo, e che il minore può finalmente affidarsi a un adulto che si prodiga per il suo bene. I divieti assumono dunque un altro significato: protezione e desiderio di benessere altrui.

L’invito è di non soffermarsi all’emergenza sanitaria, ma di sfruttare l’isolamento per rafforzare il senso di comunità. È auspicabile riavvicinarsi al ragazzo con un nuovo spirito libero dalla negatività ma carico di un’energia positiva e travolgente.

“Questo è il nostro dovere nei confronti del bambino: gettare un raggio di luce e proseguire il nostro cammino” (Maria Montessori).

Chiara Gavioli è educatrice presso la Comunità residenziale per minori “Eldorado” di Verona (realtà dell’Istituto Sorelle della Misericordia, ente ecclesiastico senza fini di lucro).

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