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Affacciarsi al mestiere in questi giorni – Diario di una giovane educatrice

graffiti-stencil-street-art-martin-whatson-31di Sonia Pancini | 

Ho iniziato da poco a navigare nel mare di questo mestiere. Devo ancora capire come dispiegare le mie vele per saper stare in mare e saper gestire il vento contrario, i giorni di pioggia e quelli di sole. Ho da pochi mesi imparato a capire cosa significhi essere una educatrice (anche se questo titolo ancora non ce l’ho). Sto imparando a gestire il vento contrario della mia emotività.

Nei pochi mesi in cui ho lavorato a Palazzo Cantoni non ho sempre capito quando era il momento di piangere, di ridere o di essere leggera. Ma sto imparando a stare in equilibrio su un mestiere che ti chiede di ESSERCI, e al tempo stesso di proteggerti dietro teorie e metodologie per prendere il giusto distanziamento e dare professionalità all’operato. È un equilibrio non semplice da trovare, e io mi sento ancora tanto barcollante, come fossi su di una zattera in mare aperto.

Nel giro di pochi mesi dalla mia assunzione nel progetto di Palazzo Cantoni, mi sono trovata a dover riscrivere il mio – già incerto – concetto di educatore.

Tutta quella teoria sull’importanza della vicinanza, della presenza, della necessità di essere sul campo, appresa in quasi tre anni di formazione, ha subìto uno scossone e ha preso un nuovo assetto (o aspetto). Un cambiamento.

Certo, ti abituano anche a questo: alla teoria del cambiamento come necessità all’interno del nostro mestiere, ma non si è mai pronti quando questo accade.

Un cambiamento fa paura. Credo anche però che questa sia un’emozione necessaria, da provare se si vuole godere dell’orizzonte che si apre dopo, dall’altra parte della barricata, oltre la paura.

Questo periodo di emergenza ha portato un cambiamento improvviso e piuttosto tiranno, ma del resto quale cambiamento non lo è?

Un nuovo modo di essere in contatto con gli utenti dell’housing, del centro socioeducativo, con il servizio sportello badanti, di inserimento lavorativo e con i ragazzi dell’educativa domiciliare, che ci costringe a guardarci o sentirci da uno schermo. Lo schermo diventa il luogo. Il luogo dove la comunicazione ha nuove regole e nuovi codici.

Se da un lato tutto questo può far emergere i suoi aspetti limitanti, dall’altra parte a me è piaciuto vedere, in queste settimane, come ci siamo saputi reinventare: siamo riusciti a essere consapevoli e a utilizzare strumenti vecchi in modo nuovo per il nostro lavoro.

Per farlo, abbiamo scelto di interrogarci e prenderci cura di ogni parte dei messaggi che volevamo trasmettere attraverso i nostri schermi. Abbiamo curato le parole. Ci siamo soffermati sul loro significato e su come potessero arrivare a chi le accoglieva dall’altra parte. Ci siamo domandati: come e cosa possiamo comunicare?

Credo sia questa una delle prime cose che mi ha insegnato questo tempo: curare le parole e il modo di comunicarle. Questo porta conseguentemente ad una attenzione e una cura per la relazione con l’altro.

Un altro elemento importante che ho potuto osservare e imparare in questo periodo è l’ascolto. L’ascolto attivo degli altri, ma anche, e soprattutto, di noi stessi. Avere il tempo di comprendere le idee e di sentirle diventare progetti.

Forse in questa occasione più che mai, rispetto ai mesi precedenti, ho sentito la forza di una équipe che si muove insieme; che pur gestendo progetti diversi tra loro sente l’esigenza di ritrovare il filo conduttore che fa appartenere tutti ad uno stesso, grande, progetto. Allora questo momento di stop diventa il momento della RELAZIONE: una relazione dove ci si interessa agli utenti in modo nuovo, dove li si aiuta a comprendere la situazione e dove tutti vengono ascoltati.

Talvolta, durante questi pochi mesi di lavoro, mi è capitato di dare per scontato i bisogni dell’utente probabilmente perché pensavo corrispondessero necessariamente alle cornici tipiche (o stereotipiche) della sua condizione. Mi sono così ritrovata a commettere il più grande degli errori nel nostro mestiere: dare per scontate le cose.

Dunque in questo tempo, dove sei costretto a frenare, ad andare un po‘ più lento, impari ad osservare ed osservarti. Rallenti e comprendi la metafora della lumaca di Luis Sepulveda:

“C’era una lumaca che, pur accettando una vita lenta, molto lenta, e tutta sussurri, voleva conoscere i segreti della lentezza”.

Ciò che ho potuto vedere in queste settimane è che questo tempo è rallentato non solo per noi educatori, ma anche per gli utenti. Forse però loro, essendo più esperti di noi nel subire battute di arresto, hanno reagito bene a questo cambiamento.

Mi ha sorpreso vedere come le famiglie dell’housing reinventavano questo tempo: iniziando a prendersi cura di un orto, piuttosto che mettendosi a parlare sul terrazzo o dedicandosi a nuove passioni. Così come vedere i ragazzi del CSE utilizzare lo strumento di whatsapp per comunicare fra di loro e con noi, e vedere coinvolti anche quei ragazzi che solitamente comunicano poco o in modi alternativi. Hanno accolto le nostre proposte di attività, si sono messi in gioco e ci hanno fatto vivere un po’ della loro quotidianità, adattandosi al nostro nuovo modo di esserci.

Tutto questo richiama noi educatori al saper guardare. Non solo guardare quello che si fa nell’oggi, ma anche quello che abbiamo lasciato indietro, e al tempo stesso a saper guardare avanti. A saper vedere una finestra spalancata sul futuro.

Così penso che, per quanto mi riguarda, il messaggio più importante che possiamo mandare ai nostri utenti, oggi, sia quello di tenere uno sguardo sul presente: di accogliere questa realtà che rallenta i ritmi; soprattutto per comprendere come ci sentiamo o per aiutarci a capirlo. Per saperci ascoltare.

Un altro messaggio che dobbiamo dare, però, è quello di osservare bene dalle finestre spalancate delle nostre case, per capire cosa ci aspettiamo dopo. Immaginarci. Proiettarci. Confidarci i sogni e le aspettative per l’avvenire, perché il futuro è ancora creta da plasmare.

Dare la dimensione del sogno e dell’immaginazione in questo tempo, dove tutto sembra fermo, bloccato, statico, credo sia un elemento fondamentale del nostro esserci come educatori.

Io mi ci vedo già nel nostro futuro, a camminare tutti nel bosco sul retro di Palazzo Cantoni.

Un bosco che, se lo si guarda prima di entrarci o da una finestra di un’appartamento dell’housing o dall’ufficio, sembra la strada che ti chiama e ti porta verso il futuro. Verso un cambiamento. E chissà dove ci porterà…

Sonia Pancini da pochi mesi lavora presso Palazzo Cantoni a Pomponesco (Mantova) dove è attivo l’housing sociale e un centro diurno socioeducativo per persone disabili, servizi gestiti dalla cooperativa Centro Sociale Papa Giovanni XXIII di Reggio Emilia.

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Illustrazione di Martin Whatson, street artist

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