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I ragazzi ci stanno insegnando a stare nel buio – Diario da una comunità minori

human-2136095_1920dell’équipe educativa comunità “Alibandus” |

…Che male c’è a essere normali… Magari non è la vita che volevi fare, ma è la tua ed è proprio per questo che devi renderla speciale…

(Fino a due mesi fa) Ore 7.27 mettiamo su la moka, Antonio è già partito, Lorenzo stiamo cercando di farlo uscire dal bagno perché è in ritardo come ogni venerdì, i piccoli iniziano a fare scorribande per la casa. Apriamo il balcone, è una bella giornata.
Nei 5 minuti che ci separano dal caffè passano i genitori con i bambini per mano, il nonno vigile li fa attraversare, il bus può ripartire verso il centro studi, si aprono le serrande del negozio di fronte, passano le bici dei ragazzi delle medie e delle superiori, un ragazzo con lo skate, due adolescenti fumano prima di entrare in classe, le mamme si fermano a parlottare fra loro, qualcuno si ferma a salutare Briciola, un grosso viavai di macchine che parcheggiano in doppia fila, l’immancabile suv che si piazza davanti al passo carrabile del nostro cancello.
Ore 7.32 il caffè è pronto. Lorenzo prende la merenda e scappa controllando che nel panino ci sia la nutella perché il resto fa schifo. Matteo e Gianluca vogliono fette biscottate e miele. Francesco è sempre in ritardo e scende in pigiama. Andrea si sente grande e beve solo il caffè, senza latte né zucchero. Ma alla spicciolata se ne vanno. A scuola, speriamo. Arrivano l’operatore e un volontario ad accompagnare i piccoli.
Ore 8.30 la tavola è vuota, Bruna passa in bici a chiederci se ci sono vestiti da stirare, è ora per noi del cambio turno, del secondo caffè. La mattinata è appena iniziata, possiamo iniziare a pensare al pranzo, e nel frattempo… respirare.

…hai paura del buio?…
Qualche mese fa avevamo fatto una riflessione rispetto al buio e alla possibilità di andare a scovare lo sconosciuto, nuove strade educative, di non fermarsi alle risposte già sperimentate e uscire da una sorta di stato di comfort, perlomeno professionale.
In questi giorni i ragazzi ci stanno dimostrando che a loro il buio non fa paura e che sono capaci di riadattarsi e di reinventarsi nonostante il dolore che provano. Ci stanno insegnando a stare nel buio, a viverlo e a trovare nuove strade che prima non riuscivamo a vedere. Hanno trovato un diverso modo di studiare, che ad alcuni sembra dare maggiori soddisfazioni.
Nella frenesia facevano molta fatica, ora la lentezza sembra aiutarli: maggior tempo per capire, approfondire, conoscere, chiedere spiegazioni. Certo manca la parte relazionale che si vive a scuola, ma di certo è una modalità che ben si adatta ai ritmi personali, che non mette così tanta ansia come l’essere in classe. Si riesce anche a farsi aiutare online da qualche volontario nelle materie in difficoltà.
I social che li hanno sempre assorbiti moltissimo iniziano a essere uno strumento prezioso che permette di mantenere le relazioni e i legami con le famiglie, i compagni, gli amici e i volontari. I più piccoli faticano a vedere i familiari attraverso un telefono, così preferiscono mostrarsi mentre giocano o impegnati a fare delle attività e chiedono a noi educatori di raccontare ai familiari come stanno. La tecnologia nel suo insieme si dimostra finalmente per quello che è, cioè non solo un passatempo o poco più, ma una dimensione concreta della nostra vita.

La relazione è al centro delle nostre giornate, a volte non servono molte parole ma uno sguardo, fare un dolce o il pane assieme, tagliare l’erba e in quei momenti ti dicono “mi mancano gli abbracci”, “quando potrò andare a casa?”, “mi manca tanto la mamma, speravo di andare a casa almeno per Pasqua”.
Abbiamo sempre cercato di trovare delle soluzioni, dei modi per alleviare le loro sofferenze attivando delle cose, facendo… ma ora è il momento di stare assieme a loro in questo dolore, di comprenderlo e di condividerlo. Forse questa situazione li ha messi un po’ più alla pari con gli altri, tutti chiusi in casa, è vero senza genitori, ma anche con un discreto numero di coetanei e adulti con cui poter anche solo chiacchierare.
Certo noi che eravamo abituati a spalancare le nostre porte, a non alzare muri con il resto della città, ci siamo sentiti colpiti dentro la nostra più profonda identità. Non mandare a casa i ragazzi, non permettere ai volontari di venire in comunità è durissima, ma anche in questa situazione qualcuno trova il modo per mandarci la pasta fatta in casa o le brioche prenotate al panificio per darci il buongiorno.
A qualcuno questo buio ha fatto troppa paura e non ha resistito a rientrare là dove si sente più sicuro, più a casa propria: lo hanno fatto migliaia di adulti in questo periodo, non è forse permesso a un adolescente in difficoltà?

L’avere un tempo destrutturato è una cosa che spaventa tantissimo in generale e, ancor di più, chi lavora in comunità: lo spaesamento dei primi giorni all’idea di arrivare in comunità e dover gestire tutti i ragazzi senza alcuna struttura, se non quella dell’orario del pranzo e della cena, era inquietante.
Adesso, a distanza di qualche settimana, sembra che una struttura sia nata in maniera spontanea, che ognuno abbia trovato il suo modo di stare, la sua maniera di reggere l’urto di questo virus.
Allora, pensando al futuro, ha senso, vale davvero la pena talvolta, sperimentare una strutturazione “blanda”, dando ai ragazzi accolti la possibilità di organizzarsi secondo i propri tempi e le proprie necessità.
…libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione….
 
Ore 7.27 mettiamo su la moka e apriamo il balcone. Giornata così così, aspettiamo il caffè, ma non passa nessuno: nessuna macchina, nessuna mamma, nessun bambino, negozi chiusi come a Pasqua o a Natale, solo il fruttivendolo che ci porta la verdura. Nessuna bici, nessuno skate, soltanto la nostra macchina e il nostro furgone nel parcheggio e il passo carrabile del cancello incredibilmente libero.
Ore 7.32 la moka rumoreggia, il caffè è pronto. Eppure restiamo a guardare, imperterriti fuori dalla finestra. In attesa che passino le nuvole grigie, in attesa di vedere la luce oltre il buio. “Mi raccomando il miele” mi ricorda Matteo, ancora in pigiama. E comincia una nuova giornata. Lo dice la nostra storia, il nostro nome, “Alibandus” significa ritornare a giocare dopo essersi messi in pausa, in “bandus”, ed è quello che vorremmo fare assieme a tutta la nostra città che con l’associazione “La casa sull’albero” ci ha permesso di abitare questa grande e bella casa della quale, in particolare in questo periodo, ci stiamo prendendo cura.
Questo spazio di riflessione, in parte inedito, che ci stiamo dando è frutto di questo tempo. Adesso probabilmente saremmo assorbiti dalla Pasqua, dal fine scuola, da mille altre incombenze… Sarebbe bello di questo tempo capire cosa conservare, cosa ricordare e cosa provare a replicare una volta tornati alla normalità… che poi, sarà stata davvero normalità?

È un po’ come se fosse notte. Di notte, i suoni, la musica, i rumori sono più profondi, più pesanti, più taglienti. È un periodo in cui le parole assumono questa profondità, questa pesantezza, questa capacità di entrare a gamba tesa nella nostra quotidianità. Ed ecco che ci ritroviamo a parlare di supporto, e di sopporto, di supportare una persona, di sopportare una situazione. Una sola vocale a differenziare due parole che tanto sentiamo nostre in questo momento.
Il nostro imperativo è supportare, sempre, allo strenuo delle forze il nostro essere e fare famiglia, e ci scontriamo con il fatto che dobbiamo sopportare un sacco di cose. No, i nostri ragazzi, no. Loro non li dobbiamo sopportare, si sopportano e si supportano a vicenda. Ancora meglio: hanno imparato a farlo da soli. Sono loro i veri eroi di questa covid-era.
Inaspettatamente ai nostri occhi, dimostrano una resilienza che va oltre ogni definizione, un adattamento forzato alla battaglia che no, non ci saremmo nemmeno lontanamente aspettati. Non è tutto rose e fiori, lo sappiamo bene, ma con le spine loro, i nostri ragazzi, hanno imparato a convivere. E stanno cominciando a insegnarcelo.
Testo a cura dell’équipe educativa della comunità residenziale per minori “Alibandus”- “La casa sull’albero” della cooperativa sociale Adelante a Bassano del Grappa (Vicenza).

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