9 | 2020

Non c’è salute senza la gamba del sociale

Le crisi possono essere momenti di rigenerazioni, a patto di far tesoro della lezione che contengono. E poche crisi più di questa hanno il potere di svelare l’essenziale e indicare la rotta. Come rivista l’abbiamo sintetizzata nello slogan «ripartire dai territori». Tra le implicazioni per le professioni e organizzazioni della cura, qui desideriamo soffermarci su una, cruciale: l’integrazione tra sociale e sanitario.

Se non si investe nel sociale,
i corpi e le menti si ammalano.

La salute individuale e comunitaria si rafforza nell’incrocio di queste dimensioni. Non basta l’ospedale, che diventa necessario nell’acuzie quando la salute è ormai compromessa. La salute si tutela se funziona la prima linea del territorio (l’infrastruttura sociale). In vari campi, non solo il virus.

Alcuni spunti dai giornali di questo periodo. Salute mentale: «Malati psichiatrici sempre più soli. Ancora una volta non ci giunge notizia di potenziamento dei servizi territoriali. Mancano non solo psichiatri e psicologi, ma infermieri, educatori, assistenti sociali, insomma tutti quegli elementi che potrebbero consentire una buona qualità della vita delle persone in sofferenza psichica e delle loro famiglie ed evitare i ricoveri» (sospsiche.it).

Anziani fragili: «Occorre incentivare tutti i programmi che favoriscono la domiciliarità dell’assistenza e delle cure nonché le reti di protezione territoriale per aiutare le persone a restare a casa. L’assistenza domiciliare integrata in Italia è irrisoria, solo 16 ore all’anno per anziano bisognoso» (Comunità Sant’Egidio).

Sostegno alla genitorialità: «Il vaccino sociale per il dopo è moltiplicare le reti di sostegno. Qualche decennio fa, una donna di 40 anni con due figli aveva intorno almeno tre adulti; adesso si ritrova spesso sola. Il Paese deve decidere in quale direzione investire» (Giovanni Fosti, presidente Fondazione Cariplo).

Domiciliarità: «Le cure domiciliari sono la via per evitare le ospedalizzazioni. La medicina porta-a-porta permette di curare il Covid a casa e di salvare malati e ospedali» (Luigi Cavanna). Post-ricovero: «Dimissioni difficili per anziani e poveri. Il 20% dei degenti non sa dove andare. Migliaia di pazienti occupano letti che dovrebbero essere liberati per far spazio a degenti acuti. Sono i ricoveri cosiddetti sociali» (Fadoi). Questi spunti, crediamo, illuminano la rotta futura.

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