5 | 2021

Le città sono tessuti emotivi

Qual è il clima emotivo che si respira in un caseggiato, in una via, in un quartiere? è una domanda che come operatori sociali spesso ci poniamo. Quando interveniamo in un ambiente di vita delle persone, la prima informazione ce la fornisce la nostra percezione. Possono essere luoghi freddi e ostili, intrisi di sfiducia, rabbia, rassegnazione. O luoghi caldi e accoglienti, animati da interesse, speranza, fiducia.

Là dove la politica
abbandona i territori,
cresce la rabbia della gente.

Il clima emotivo di un luogo ci offre molte informazioni su quel luogo stesso. Le emozioni sono infatti atteggiamenti o risposte a una situazione o a un fatto oggettivo. Se quel luogo è segnato da abbandono, povertà, incuria, questa situazione si riverberà nell’interiorità dei suoi abitanti diventando emozione negativa. Viceversa, se quell’ambiente è curato, denso di legami e opportunità, lì si respirerà fiducia e senso di comunità.

Le emozioni dunque contano e raccontano. Per questo vanno ascoltate: perché oltre a dirci del presente offrono anticipazioni del futuro. Se in un territorio cova rabbia, quella rabbia prima o poi esploderà, producendo conseguenze drammatiche. Quante volte sentiamo dire, di fronte a scoppi di violenza improvvisi, «chi l’avrebbe mai detto?». E poi se si scava appena, vengono a galla indizi sottovalutati, segnalazioni cadute nel vuoto.

Come operatori sociali che conosciamo gli interni delle case, gli angoli delle strade, le vie dei quartieri – la grande scena del sociale insomma – abbiamo antenne emotive sviluppate e soprattutto siamo capaci di parlare la lingua delle emozioni. Che è il linguaggio della prossimità, dell’empatia, del contatto profondo con la sofferenza sociale e con i desideri di felicità delle persone. E, non sorprenda, dei diritti.

Perché se leggiamo le emozioni come il riverbero del «fuori» nel «dentro», le emozioni negative sono tante volte il segno di una assenza di diritti. Là dove infatti la politica abbandona i territori, cresce la rabbia della gente, come mostra bene la rubrica «Sguardi» di questo numero. Per questo oggi è tempo di far più spazio alle emozioni nel nostro lavoro. Perché il cambiamento parte anche da qui.

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