4 | 2018

Se nessun porto è più un approdo

La «comunità del rancore» si sta ampliando. Non una buona notizia per la «comunità della cura» (il mondo degli operatori sociali). Nel lessico comune «popolo» va sostituendo «società civile» e il populismo indebolisce le fibre della democrazia. Il ragionamento cede alla semplificazione e nella ridondante comunicazione dei social si diffonde l’odio, che ha un bersaglio sempre più chiaro: il migrante.
Stiamo vivendo un momento drammatico per la tenuta civile della nostra società. Può – anzi deve – essere un momento sfidante per tutti i nostri mondi che si prendono cura dell’umano.
Mentre scriviamo queste righe, un gommone di migranti si è appena rovesciato: 40 superstiti, 12 annegati. Non una novità. La novità è che nell’operazione di soccorso le salme sono state lasciate in mare, in quell’enorme tomba che è ormai il Mediterraneo centrale. La nave intervenuta non ha infatti avuto certezze di poter approdare in un porto italiano – i nostri porti sono stati dichiarati chiusi. E così, mentre la nave vaga in attesa di sapere dove sbarcare i vivi, i corpi dei morti giacciono in fondo al mare.

“Sulla questione migranti è in gioco il futuro di tutto il «sociale»,
questo appare ormai chiaro.”

Sulla questione migranti è in gioco il futuro di tutto il «sociale», questo appare ormai chiaro. Perché se si smette di aver rispetto dei vivi e dei morti; se si criminalizza la solidarietà (come sta accadendo alle ong, accusate di favorire il business dei migranti); se lievita la sfera dell’irrazionale, che senso ha ancora investire in «cura dell’umano»?
Ha detto Giusi Nicolini, ex sindaco di Lampedusa: «Nessuno può chiamarsi fuori dal compito di rigenerare il senso di umanità che sembra perduto e di risvegliare la ragione sopita (che è poi la stessa cosa)».