3 | 2020

Il futuro riparte nei territori

Siamo entrati nella «fase 2». La fase della cosiddetta ripresa. Questo numero offre idee e indicazioni per procedere in questa direzione. 

Stiamo muovendo i primi passi nel tanto atteso «dopo». Quello in cui dicevamo che nulla sarebbe stato come «prima». Un tempo segnato dall’ambivalenza: da un lato il desiderio di ripristinare la normalità infranta, dall’altro il sentimento che la normalità andrà ricostruita. Non potrà essere quella di prima, i giorni dell’emergenza ci hanno cambiato, hanno mutato il quadro socio-economico. 

Nella «fase 1» abbiamo capito
il valore dei territori. Nella
«fase 2» bisognerà ricordarsene.

Nella «fase 1» era difficile avere un pensiero che si staccasse dal presente, dalla paura del contagio. Specie i tanti operatori e operatrici che hanno continuato a mandare avanti i servizi hanno lavorato quasi in apnea, riformulando velocemente obiettivi, riadattando strumenti, riconfigurando processi in una quotidianità dove automatismi e ritualità erano andati in frantumi sotto l’urto del virus.

Ma man mano che prendevano le misure all’inedito (mai prima d’ora ci eravamo confrontati con una epidemia), tanti hanno anche maturato apprendimenti che ci tornano utili per questa fase 2 e per quelle che seguiranno.

Il virus ha infatti reso visibili aspetti importanti che in questi anni abbiamo, se non dimenticato, un po’ trascurato. Uno su tutti: l’importanza dei territori, delle reti sociali, del loro governo.

Nessun professionista, nessuna organizzazione basta a se stessa. Siamo parte di un ecosistema territoriale, da cui traiamo le risorse per vivere, lavorare, rendere possibili i diritti delle persone. Questo ecosistema è il fattore protettivo. Lo è tutte le volte che ci misuriamo con domande più grandi della capacità di ogni singolo attore di darvi risposta: oggi l’epidemia, in generale tutti i problemi con cui da sempre ci confrontiamo: minori a rischio, anziani soli, adulti fragili… 

Occorrerà allora nella fase 2 rilanciare un’ottica territoriale nel lavoro educativo, di aiuto, di cura. I territori sono i luoghi dell’azione sociale: chi è rimasto recluso nei mesi dell’isolamento lo ha fatto con la fiducia che chi era sul territorio sapeva come muoversi, con chi connettersi. Il grande investimento da fare è dunque questo: sulle connessioni territoriali, il lavoro di comunità, l’infrastruttura dei welfare locali.

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